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Conflitti 2025: Russia-Ucraina pesa il 62% delle morti mondiali

Il rapporto UCDP-Uppsala registra 244.600 vittime nel 2025: 94.700 tra Russia e Ucraina. È il secondo bilancio più sanguinoso dal Ruanda 1994.

Il bilancio delle guerre 2025 supera 244.600 vittime in episodi di violenza organizzata: è il secondo anno più sanguinoso dal genocidio in Ruanda del 1994. Il rapporto Uppsala (UCDP) chiude però con un dato che ridefinisce la geografia del sangue: il 62% di tutte le morti causate da conflitti bellici nel mondo arriva da un solo fronte, quello tra Russia e Ucraina.

Il quadro globale: 65 conflitti, 8 tra Stati

L'Uppsala Conflict Data Program dell'Università svedese ha registrato 65 conflitti armati con il coinvolgimento di Stati nel 2025, il numero più alto dal 1946, anno di inizio delle rilevazioni. Di questi, otto sono classificati come scontri interstatali, il massimo dal secondo dopoguerra. La cifra degli scontri tra Stati è raddoppiata per il secondo anno consecutivo. Tra i casi censiti figurano Russia-Ucraina, Iran-Israele e India-Pakistan.

Tredici conflitti hanno superato la soglia delle "guerre" secondo i criteri UCDP, ovvero almeno 1.000 morti in combattimento nell'arco di un anno: è il numero più alto dal 1992. I dati sono pubblicati su Journal of Peace Research e arrivano dal database UCDP dell'Università di Uppsala, il più usato dalla comunità accademica internazionale per misurare la violenza politica organizzata.

Il 62% del sangue arriva da un solo fronte

Sui 244.600 morti complessivi nel 2025, circa 94.700 ricadono sul conflitto tra Russia e Ucraina: il 62% del totale globale. La concentrazione è il dato più rilevante del rapporto e segnala una distorsione nel modo in cui viene letta la geografia della guerra contemporanea. Il restante 38% si distribuisce su decine di teatri minori, dal Sahel al Sud-est asiatico.

Subito dietro Russia-Ucraina, le cifre più alte arrivano dalla guerra tra Israele e Hamas e dal conflitto in Sudan. In quest'ultimo si è registrato un drammatico aumento della violenza unilaterale contro i civili: i massacri seguiti alla conquista di El Fasher, in Darfur, da parte del paramilitare Alleanza Fondatrice del Sudan hanno alzato il livello di terrore organizzato. "Assistiamo soprattutto a un aumento della violenza contro i civili, in particolare in Sudan", commenta Therese Pettersson, responsabile del progetto UCDP.

L'impatto della guerra sui flussi migratori si riflette anche nelle politiche estere di paesi extraeuropei, come le nuove categorie 2025 del sistema Express Entry in Canada, che ridisegnano i corridoi di ingresso anche per chi fugge da zone di conflitto.

La controtendenza: meno violenza tra gruppi non statali

Mentre gli Stati tornano a farsi guerra, i conflitti tra gruppi non statali, come i cartelli della droga in Messico, hanno causato 14.500 morti nel 2025: la cifra più bassa dal 2013. La traiettoria è opposta a quella interstatale: la violenza criminale organizzata cala, quella di Stato esplode. Il fenomeno è poco raccontato perché contraddice la narrativa di un mondo uniformemente più violento.

Anche nei contesti scolastici europei la cronaca registra episodi singoli ad alto impatto, come l'aggressione in una scuola di Nantes da parte di uno studente di 15 anni, ma i numeri aggregati delle morti per violenza non statale restano in discesa, distanti dai picchi del decennio precedente.

Cosa cambia per l'ordine internazionale

Le rilevazioni UCDP partono dal 1946: vedere il numero di guerre interstatali raddoppiato due anni di fila significa che lo schema consolidato della Guerra Fredda, poche guerre tra Stati e molti conflitti civili interni, si è rotto. "Per lungo tempo le guerre tra Stati sono state relativamente rare. Gli sviluppi degli ultimi anni indicano un aumento delle tensioni internazionali e cambiamenti nell'ordine di sicurezza globale", dichiara Shawn Davies, analista senior UCDP.

In Europa la risposta resta ancorata anche a strumenti di cooperazione lunga, dai programmi educativi multilingui come il concorso Juvenes Translatores 2025 fino alle missioni diplomatiche bilaterali. Ma il dato 2025 dice che la diplomazia preventiva sta perdendo terreno: serviranno mesi di lavoro sulle aree calde per evitare che il bilancio del 2026 sia ancora peggiore del secondo posto storico già occupato dall'anno appena chiuso.

Pubblicato il: 10 giugno 2026 alle ore 07:36