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Draghi chiede 100 miliardi all'UE per l'IA: dove finirebbero in Italia

Draghi all'ETH di Zurigo propone 100 miliardi dal bilancio UE per l'IA. Perché il salto vero è nella capacità di calcolo, non nei soldi.

Mario Draghi ha chiesto all'ETH di Zurigo che l'Unione europea destini 100 miliardi di euro dal prossimo bilancio pluriennale per ridurre il rischio degli investimenti privati nell'intelligenza artificiale. La cifra, pronunciata il 1 ottobre 2026 nella decima Karl Brunner Distinguished Lecture organizzata dalla Banca nazionale svizzera, vale circa il 5% del bilancio UE 2028-2034 oggi in negoziato tra le capitali e la Commissione.

Cosa ha chiesto Draghi a Zurigo

Il contesto che l'ex presidente BCE ha portato ai banchieri svizzeri è questo: l'Europa ospita oggi meno del 5% della capacità mondiale di calcolo dedicata all'intelligenza artificiale. Per salire al 15% entro il 2030, una quota coerente con il peso europeo nell'economia globale, servirebbero investimenti complessivi stimati in 1.300 miliardi di euro. I 100 miliardi pubblici proposti servirebbero come leva di de-risking, cioè come assicurazione che riduce l'incertezza per chi mette capitale privato. Draghi ha ricordato che si tratta di risorse comunitarie, non di aggravi sui bilanci nazionali già impegnati nel consolidamento. Il testo di presentazione della lectio è pubblicato sul sito ufficiale della Banca nazionale svizzera.

Il vero collo di bottiglia non sono i soldi

L'Europa ha già messo in campo risorse comparabili. A febbraio 2025 la Commissione ha lanciato InvestAI, un'iniziativa pubblico-privata da 200 miliardi che include 20 miliardi di fondi pubblici per quattro gigafactories dotate di 100.000 chip ciascuna. La selezione dei consorzi che le costruiranno chiude il 12 novembre 2026. Ma il salto dimensionale descritto a Zurigo è di tutt'altro ordine: portare la capacità installata europea dagli attuali meno di 2 gigawatt a 45 gigawatt, oltre venti volte quella di oggi. È un problema di energia e di terreno prima ancora che di finanza, perché un centro di calcolo da gigafactory consuma quanto una città media e richiede terreni, raffreddamento e connessioni di rete che l'Europa non ha ancora pianificato in modo sistematico. Per capire la differenza basta il confronto con la scheda IT4LIA AI Factory di EuroHPC JU: la fabbrica italiana che parte a Bologna avrà oltre 20.000 GPU; una singola gigafactory ne avrà cinque volte tante, e la proposta di Zurigo ne immagina più di una. Il nodo è anche di tempi: con il quadro di bilancio da chiudere entro il 2027, ogni mese perso oggi si traduce in cantieri rinviati di uno o due anni.

Cosa cambierebbe per università e ricerca italiana

Il nodo riguarda da vicino gli atenei e i centri di ricerca italiani. Il Tecnopolo di Bologna, che già ospita il supercomputer Leonardo e il sistema LISA ottimizzato per l'IA, è stato scelto come sede di IT4LIA, una delle sette AI Factory europee già finanziate da EuroHPC. Con le gigafactory proposte, l'ordine di grandezza del calcolo disponibile per dottorandi, laboratori e progetti ERC moltiplicherebbe le ore macchina a disposizione, oggi fortemente contingentate e distribuite con bandi che lasciano fuori la maggior parte delle richieste. L'alternativa è continuare a dipendere dai cluster commerciali statunitensi: per un gruppo di ricerca medio il costo arriva a decine di migliaia di euro l'anno solo per allenare un modello di dimensione media, un capitolo che quasi nessun bando italiano copre e che pesa sulle università più piccole. Il discorso di Zurigo arriva mentre la Germania ha stanziato 500 miliardi su difesa e infrastrutture e il PNRR italiano chiude con la decima rata da 28,4 miliardi: la stagione dei grandi piani di investimento europei è aperta e la finestra politica non resterà tale a lungo.

Il negoziato sul quadro finanziario pluriennale 2028-2034 entra nella fase decisiva nei prossimi mesi. Se la proposta di Draghi, anticipata nella lectio allo stesso Politecnico di Zurigo sul debito europeo, troverà spazio nel bilancio comunitario, Bologna e gli altri centri europei avranno un ordine di infrastruttura mai visto in Europa. Altrimenti la quota del 15% al 2030 resta un numero sulla carta.

Pubblicato il: 2 ottobre 2026 alle ore 12:39