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Dentro l'Iran: perché un prete cattolico invita l'Occidente a guardare con occhi diversi l'islam sciita

Il rapporto tra religione e potere nel mondo sciita è più complesso di quanto la narrazione dominante lasci intendere. Una riflessione che parte dalla millenaria cultura persiana e arriva fino al dialogo interreligioso

* L'Iran oltre gli stereotipi * Sciiti e sunniti: una frattura che l'Occidente fatica a comprendere * La rivoluzione del 1979 e il peso della teocrazia * Radici persiane: una civiltà che precede l'islam di oltre un millennio * Un prete cattolico e lo sciismo: le ragioni di una simpatia inattesa * Geopolitica e religione: cosa conviene davvero all'Occidente

L'Iran oltre gli stereotipi {#liran-oltre-gli-stereotipi}

Quando si parla di Iran, il riflesso condizionato dell'opinione pubblica occidentale è quasi sempre lo stesso: teocrazia, ayatollah, minaccia nucleare. Un pacchetto preconfezionato che risparmia la fatica di ragionare. Eppure, dietro quell'etichetta si nasconde una realtà religiosa, culturale e politica infinitamente più sfumata di quanto il dibattito corrente — spesso viziato da semplificazioni — sia disposto ad ammettere.

A riportare la questione su un piano diverso è stavolta una voce insolita: quella di un prete cattolico che, forte di una conoscenza diretta del mondo islamico, sostiene una tesi provocatoria. L'Occidente, dice, dovrebbe imparare a distinguere tra le diverse anime dell'islam. E, se proprio deve scegliere un interlocutore, farebbe meglio a guardare verso gli sciiti piuttosto che verso i sunniti. Una posizione che merita di essere esplorata senza pregiudizi, al netto delle inevitabili obiezioni che solleva.

In un'epoca in cui la disinformazione dilaga anche sui temi geopolitici e religiosi, distinguere i fatti dalle narrazioni ideologiche diventa un esercizio non solo utile, ma necessario.

Sciiti e sunniti: una frattura che l'Occidente fatica a comprendere {#sciiti-e-sunniti-una-frattura-che-loccidente-fatica-a-comprendere}

La divisione tra islam sciita e islam sunnita risale agli albori della storia musulmana, alla disputa sulla successione del profeta Maometto nel VII secolo. Una frattura inizialmente politica che nei secoli si è caricata di significati teologici, giuridici e identitari profondi. Oggi i sunniti rappresentano circa l'85-90% dei musulmani nel mondo; gli sciiti sono minoranza quasi ovunque, tranne che in pochi paesi. L'Iran è il caso emblematico: l'87% della popolazione è sciita, e lo sciismo duodecimano è religione di Stato.

Ma cosa cambia, nella sostanza? La differenza più rilevante — e spesso la meno compresa in Occidente — riguarda proprio il rapporto tra religione e potere. Nell'islam sunnita, storicamente, il potere politico e quello religioso tendono a sovrapporsi o a legittimarsi reciprocamente in modo diretto: il califfo era al tempo stesso guida politica e religiosa della umma_, la comunità dei credenti. Nello sciismo, invece, esiste una tradizione di separazione tra autorità religiosa e potere temporale che affonda le radici nella dottrina dell'_occultamento dell'ultimo imam. I _mujtahid_, i giureconsulti sciiti, hanno storicamente mantenuto una certa autonomia — e talvolta una vera e propria distanza critica — rispetto al potere secolare.

Questo non significa, ovviamente, che lo sciismo sia immune dalla tentazione teocratica. Ma il quadro è diverso da quello che un'analisi superficiale potrebbe suggerire.

La rivoluzione del 1979 e il peso della teocrazia {#la-rivoluzione-del-1979-e-il-peso-della-teocrazia}

Il grande equivoco nasce proprio qui. La rivoluzione islamica del 1979, che rovesciò il regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi instaurando la Repubblica Islamica guidata dall'ayatollah Khomeini, ha finito per identificare l'intero sciismo con la teocrazia iraniana. Un cortocircuito logico che resiste ancora oggi.

Stando a quanto emerge da una lettura più attenta della storia, la velayat-e faqih — il governo del giureconsulto islamico teorizzato da Khomeini — rappresenta in realtà un'eccezione nel panorama del pensiero sciita, non la regola. Molti grandi ayatollah, dentro e fuori l'Iran, hanno contestato quella dottrina fin dall'inizio, giudicandola una forzatura rispetto alla tradizione. A Najaf, in Iraq, la più antica scuola teologica sciita del mondo, il quietismo politico — ovvero la separazione tra clero e governo — resta la posizione maggioritaria.

Confondere l'esperimento politico iraniano con l'essenza dello sciismo è un po' come confondere l'Inquisizione con il cattolicesimo. Un errore di prospettiva che ha conseguenze concrete sulla capacità dell'Occidente di leggere le dinamiche mediorientali.

Radici persiane: una civiltà che precede l'islam di oltre un millennio {#radici-persiane-una-civiltà-che-precede-lislam-di-oltre-un-millennio}

C'è poi un elemento che troppo spesso viene trascurato: l'Iran non è un paese arabo. È un paese persiano. E la differenza non è solo linguistica o etnica: è culturale in senso profondo.

La cultura persiana risale almeno al VI secolo a.C., all'epoca dell'Impero achemenide di Ciro il Grande — quel sovrano che i greci temevano e ammiravano, e che la Bibbia celebra come liberatore degli ebrei esiliati a Babilonia. Quando l'islam arrivò in Persia nel VII secolo d.C., trovò una civiltà già millenaria, con una propria letteratura, una propria tradizione filosofica, una propria concezione del sacro ereditata dallo zoroastrismo.

L'islam persiano — che è in larga parte sciita — porta i segni di questa stratificazione. La poesia mistica di Rumi, Hafez e Khayyam non è pensabile senza quel sostrato. La stessa teologia sciita, con la sua enfasi sulla sofferenza, sul martirio e sull'attesa messianica, ha un timbro esistenziale che alcuni teologi cristiani hanno trovato sorprendentemente familiare.

Un prete cattolico e lo sciismo: le ragioni di una simpatia inattesa {#un-prete-cattolico-e-lo-sciismo-le-ragioni-di-una-simpatia-inattesa}

È proprio su questo terreno che si muove la riflessione del sacerdote cattolico. La sua tesi non è ingenua né irenica. Non nega le violazioni dei diritti umani in Iran, non minimizza la repressione del dissenso, non fa sconti al regime degli ayatollah. Ma pone una domanda diversa: con quale versione dell'islam il dialogo interreligioso ha più possibilità di essere fecondo?

Le affinità tra cattolicesimo e sciismo, a ben guardare, non sono poche:

* Una struttura clericale gerarchica, con gradi di autorità religiosa (dall'_hojatoleslam_ all'ayatollah, fino al _marja' al-taqlid_, la "fonte di emulazione"). * Il culto dei santi e dei martiri, centrale nella devozione sciita come in quella cattolica. * Una forte tradizione teologica razionale, con secoli di dibattito filosofico strutturato. * L'importanza dell'intercessione: nell'islam sciita, gli imam hanno un ruolo di mediazione tra Dio e i fedeli che il sunnismo ortodosso rifiuta categoricamente. * Una sensibilità verso la sofferenza e il sacrificio — il martirio dell'imam Husayn a Kerbala nel 680 d.C. è il cuore pulsante della spiritualità sciita, e richiama per molti aspetti la centralità della Passione nel cristianesimo.

Come sottolineato da diversi studiosi di _teologia comparata_, queste convergenze strutturali non sono casuali. Rendono lo sciismo un interlocutore potenzialmente più ricettivo nel quadro del dialogo tra le fedi abramitiche, rispetto a un sunnismo che, nelle sue correnti più rigide — dal wahhabismo al salafismo —, ha storicamente rifiutato ogni mediazione tra il credente e Dio, ogni forma di intercessione, ogni struttura clericale.

Geopolitica e religione: cosa conviene davvero all'Occidente {#geopolitica-e-religione-cosa-conviene-davvero-alloccidente}

La provocazione del sacerdote ha anche un risvolto geopolitico che sarebbe miope ignorare. Per decenni, le alleanze strategiche dell'Occidente in Medio Oriente si sono orientate verso il mondo sunnita: Arabia Saudita, Emirati, Qatar. Paesi che hanno finanziato — direttamente o indirettamente — la diffusione globale di un islam ultraconservatore. Il wahhabismo saudita è stata l'ideologia di riferimento di al-Qaeda. L'ISIS si è nutrito di teologia sunnita radicale.

L'Iran, con tutti i suoi difetti — e sono molti — non ha mai prodotto nulla di paragonabile all'ISIS. La teocrazia iraniana è un sistema oppressivo, certo. Ma è anche un sistema statuale, con una burocrazia, un parlamento (per quanto limitato), elezioni (per quanto filtrate). Non è il caos del califfato. Non è la barbarie medievale del takfirismo sunnita.

Questa distinzione non serve a riabilitare Teheran. Serve a capire che il mondo islamico non è un blocco monolitico, e che trattarlo come tale produce errori strategici che si pagano a caro prezzo.

La questione resta aperta, e non si presta a risposte facili. Ma il merito di questa riflessione — che venga da un prete, da un diplomatico o da un accademico — è di costringere a guardare la realtà con lenti meno grossolane. In un panorama informativo dove le semplificazioni abbondano e le analisi serie scarseggiano, è già qualcosa di non trascurabile.

Pubblicato il: 12 marzo 2026 alle ore 10:59