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Da Monti a Madia, prove tecniche di un nuovo ribaltone al governo Meloni?

L'affondo dell'ex premier in Senato, la mossa centrista della dem Madia e l'ultimatum di Renzi sul referendum: a Roma si moltiplicano i segnali di un'operazione politica trasversale

* L'attacco di Monti in Senato * Madia e la mozione centrista: segnale o strategia? * L'ultimatum di Renzi: dimissioni in caso di sconfitta al referendum * Il fiuto del ribaltone: chi muove le pedine * Una partita che va oltre Palazzo Chigi

C'è un odore nell'aria di Palazzo Madama che i veterani della politica romana riconoscono al primo respiro. È quello delle grandi manovre, dei calcoli che si fanno nei corridoi mentre in Aula si finge di discutere d'altro. E stavolta, stando a quanto emerge da ambienti istituzionali e parlamentari, il bersaglio è chiaro: la tenuta del governo Meloni.

L'attacco di Monti in Senato {#lattacco-di-monti-in-senato}

Mario Monti non è tipo da alzare la voce. Quando lo fa, però, il peso specifico delle sue parole è inversamente proporzionale al tono misurato con cui le pronuncia. L'ex presidente del Consiglio ha scelto l'aula del Senato — il suo habitat naturale, verrebbe da dire — per sferrare una critica frontale alla premier Giorgia Meloni. L'accusa è di quelle che lasciano il segno: il centrodestra, secondo Monti, non starebbe promuovendo l'unità del Paese. Anzi, la starebbe deliberatamente sabotando.

Un rimprovero che arriva da chi, nel novembre 2011, fu chiamato proprio per ricucire un tessuto nazionale lacerato dalla crisi economica e dalla polarizzazione berlusconiana. Monti conosce bene il copione del ribaltone all'italiana. Ne fu, a suo modo, protagonista. E il fatto che torni a usare quel registro — quello dell'unità nazionale tradita — non è un dettaglio da sottovalutare.

La critica non si è limitata alla retorica. Monti ha puntato il dito sulla gestione della politica estera italiana, terreno su cui il governo Meloni si è sempre vantato di aver restituito credibilità all'Italia. Una narrazione che, evidentemente, non convince tutti i banchi di Palazzo Madama.

Madia e la mozione centrista: segnale o strategia? {#madia-e-la-mozione-centrista-segnale-o-strategia}

Se l'intervento di Monti ha rappresentato il colpo frontale, la mossa di Marianna Madia è stata più sottile. E forse, per questo, più significativa.

La deputata del Partito Democratico ha sottoscritto una mozione sulla politica estera dal profilo marcatamente centrista. Non un testo della sinistra radicale, non una risoluzione di bandiera. Un documento che, per linguaggio e contenuti, potrebbe essere stato firmato indifferentemente da un esponente di area moderata del centrodestra come da un liberal-democratico.

Il gesto è rivelatore. In un momento in cui la crisi politica italiana sembra avvicinarsi a un punto di svolta, una parte del Pd sta cercando un terreno comune con il centro — quel centro che, in ogni cambio di governo della storia repubblicana recente, ha funzionato da cerniera. La domanda è se si tratti di un posizionamento isolato o di qualcosa di più organico. Chi conosce le dinamiche interne del Nazareno propende per la seconda ipotesi.

In un contesto in cui le istituzioni democratiche appaiono sotto pressione, vale la pena ricordare come il ruolo della scuola e dell'educazione civica diventi cruciale per formare cittadini consapevoli: un tema approfondito in una recente riflessione su come Insegnare Speranza e Partecipazione Civica in Tempi di Crisi Democratica.

L'ultimatum di Renzi: dimissioni in caso di sconfitta al referendum {#lultimatum-di-renzi-dimissioni-in-caso-di-sconfitta-al-referendum}

Matteo Renzi, dal canto suo, non si è fatto pregare. L'ex premier — che di ribaltoni e referendum è stato tanto artefice quanto vittima — ha giocato la carta più diretta: ha sollecitato Meloni a dimettersi qualora il centrodestra dovesse uscire sconfitto dalla consultazione referendaria.

Un'uscita che ha il sapore della sfida personale, certo. Ma che si inserisce in un disegno più ampio. Renzi sa che il referendum può diventare un plebiscito sulla leadership della premier. Lo sa perché nel dicembre 2016 commise l'errore di legare il proprio destino politico all'esito di una consultazione popolare. E sa che, se Meloni dovesse fare lo stesso — o anche solo dare l'impressione di farlo — il precedente giocherebbe contro di lei.

La mossa renziana ha anche un destinatario meno evidente: quella galassia di parlamentari del centrodestra che, in caso di crisi conclamata, potrebbe rendersi disponibile per soluzioni alternative. Il pallottoliere di Palazzo, insomma, è già in funzione.

Il fiuto del ribaltone: chi muove le pedine {#il-fiuto-del-ribaltone-chi-muove-le-pedine}

Tre mosse in pochi giorni. Tre attori diversi per storia, collocazione e obiettivi. Eppure convergenti su un punto: la percezione — fondata o meno — che il governo Meloni stia attraversando una fase di vulnerabilità.

Le difficoltà del centrodestra non nascono oggi. Tensioni interne tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia si trascinano da mesi su dossier cruciali: dalla gestione economica alla politica estera, fino alle nomine nelle partecipate. Ma ciò che è cambiato, nelle ultime settimane, è il livello di spregiudicatezza con cui ambienti istituzionali e una parte dell'opposizione hanno cominciato ad alimentare speculazioni e calcoli ribaltonisti.

Non si tratta — va detto con chiarezza — di una congiura ordita in qualche salotto romano. Si tratta, più prosaicamente, di un riposizionamento fluido, tipico della politica italiana quando fiuta il sangue. Monti offre la copertura istituzionale. Madia costruisce il ponte verso il centro. Renzi alza la posta.

È un copione che l'Italia conosce bene. Lo si è visto nel passaggio da Berlusconi a Monti nel 2011. Lo si è rivisto nella nascita del governo Draghi nel 2021. Ogni volta, la formula è la stessa: un governo in difficoltà, un'alternativa che si presenta come _responsabile_, e un Parlamento che scopre maggioranze diverse da quelle uscite dalle urne.

Una partita che va oltre Palazzo Chigi {#una-partita-che-va-oltre-palazzo-chigi}

Sarebbe riduttivo leggere queste manovre solo in chiave di palazzo. La posta in gioco riguarda la direzione del Paese su questioni di fondo: il posizionamento internazionale dell'Italia in uno scenario geopolitico sempre più instabile, la tenuta dei conti pubblici, il rapporto con le istituzioni europee.

E riguarda, in ultima analisi, la qualità della democrazia parlamentare italiana. Un sistema in cui i governi possono cambiare senza passare dalle elezioni è perfettamente legittimo sul piano costituzionale. Ma ogni volta che accade, il solco tra elettori e istituzioni si allarga un po' di più. È una dinamica che ha effetti profondi anche su settori apparentemente distanti dalla politica di vertice, come il mondo della scuola — dove i docenti, spesso chiamati a fare molto più di quanto venga loro riconosciuto, come emerge dal racconto su Il Lavoro Sconosciuto dei Docenti: Oltre le 36 Ore Settimanali, operano in un quadro di incertezza normativa e istituzionale cronica.

La partita, insomma, è aperta. Meloni ha dalla sua la legittimazione elettorale e una maggioranza che, almeno sulla carta, regge. Ma la storia della Repubblica insegna che le maggioranze sulla carta possono dissolversi in poche ore quando i venti cambiano. E a Roma, in questi giorni di marzo 2026, qualcuno ha cominciato a soffiare.

Pubblicato il: 13 marzo 2026 alle ore 10:40