Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha nominato il 28 agosto 2026 Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino di 35 anni, advisor per l'innovazione militare presso il dicastero italiano. Il ruolo copre droni, sistemi unmanned e difesa aerea: le stesse tecnologie che hanno permesso a Kiev di colpire raffinerie e depositi russi nelle ultime due stagioni di guerra.
Fedorov era stato rimosso da Zelensky a luglio 2026 dopo lo scontro con i vertici militari ucraini. Aveva ricevuto proposte da altri governi, ma ha scelto Roma. La nomina, comunicata dal ministero e confermata via social lo stesso giorno, converte in metodo quello che finora era un semplice allineamento politico.
Fedorov ha strutturato in Ucraina una filiera di produzione drone a basso costo, con velivoli sotto i 500 dollari l'uno e cicli di sviluppo agili mutuati dal software. Portarlo dentro il ministero italiano significa importare un modello di procurement, non una consulenza tecnica generica.
La spaccatura con l'opinione pubblica italiana
Il dato che accompagna quasi in silenzio la nomina è il collasso del consenso interno. Secondo l'ultimo sondaggio Ipsos, il 32% degli italiani è favorevole all'invio di armi a Kiev, contro il 50% che si oppone. Nel 2022, subito dopo l'invasione russa, il sostegno era al 57%: una perdita netta di 25 punti in poco più di tre anni.
Un'indagine GPF di aprile 2026 su 1.013 italiani è ancora più drastica: solo il 14,2%, la categoria che gli analisti chiamano 'Atlantisti', condivide integralmente la linea occidentale di supporto militare. La maggioranza restante condanna Mosca ma chiede realismo, meno automatismi e attenzione ai costi per l'Italia. Nel sondaggio di dicembre 2025 il 38% chiedeva l'interruzione completa dell'aiuto.
La frattura attraversa anche la maggioranza di governo. Fratelli d'Italia resta allineato alla linea Meloni-Crosetto, mentre nella Lega il 56% degli elettori si dichiara contrario al piano europeo di riarmo. La comunità ucraina residente in Italia rappresenta un capitale politico simbolico, ma non muove i numeri complessivi.
Dodici pacchetti, 3 miliardi dichiarati e l'espediente contabile sul PIL
Dal 2022 Roma ha varato quattro decreti-legge e dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev. Il D.L. 201/2025 ha prorogato l'autorizzazione fino al 31 dicembre 2026 a cedere mezzi ed equipaggiamenti, approvato dalla Camera l'11 febbraio 2026 con 229 sì e 40 no. Il governo dichiara circa 3 miliardi di euro complessivi (800 milioni all'anno), ma la stima indipendente del Kiel Institute si ferma a 1,7 miliardi: quasi la metà.
Sul dato NATO il quadro cambia ancora. L'Alleanza ha certificato per l'Italia una spesa militare 2026 di oltre 45 miliardi, pari al 2,01% del PIL. La lettura è però contestata: per Mil€x la spesa militare 'pura' si ferma a 33,9 miliardi, l'1,46% del PIL. I 14 miliardi di differenza arrivano dalla riclassificazione di voci come mobilità militare e cybersecurity.
La scelta è politica prima che finanziaria: la Difesa italiana non ha aumentato la spesa reale di un terzo in un anno, ha ridisegnato il perimetro di ciò che dichiara. Nel frattempo il nuovo ciclo Erasmus 2028-2034 da 40,8 miliardi mostra che la partita europea sui bilanci si stringe: difesa, mobilità studentesca e ricerca competono per le stesse risorse.
Il riposizionamento non tocca solo la Difesa. Dalla tassa sui piccoli pacchi extra-UE alla revisione delle regole doganali, l'Italia sta ridefinendo in parallelo il perimetro delle proprie catene di approvvigionamento verso Cina e attori non allineati, con effetti che vanno oltre il perimetro militare.
Con Fedorov nel gabinetto Crosetto, la conversione all'economia di guerra smette di essere un simbolo e diventa organigramma. Meloni ora deve difendere una linea che, secondo tutti i sondaggi disponibili, non ha maggioranza nel Paese, mentre l'autorizzazione a cedere armi scade tra quattro mesi e il tredicesimo pacchetto non è stato ancora formalizzato.