Dal 1° gennaio 2026 l'Australia finanzia le università in base al numero di studenti poveri, indigeni o di campus remoti che ogni ateneo riesce a iscrivere e portare alla laurea. Nel primo anno il nuovo fondo Needs-based copre circa 140mila studenti svantaggiati, mentre 44 milioni di dollari australiani all'anno servono a far entrare in aula chi oggi non considera nemmeno la possibilità di iscriversi.
Come funziona il fondo australiano
Il ministro dell'Istruzione Jason Clare ha legato il finanziamento al numero di studenti da background svantaggiati che ogni ateneo riesce ad accogliere: più ne iscrive, più riceve. Il modello, ribattezzato Needs-based Funding, riconosce un contributo aggiuntivo rispetto al Commonwealth supported place per tre categorie: studenti da famiglie a basso reddito (low SES), giovani delle First Nations e iscritti ai campus regionali o remoti. Si aggiungono 44 milioni di dollari australiani l'anno di Outreach Funding, Dipartimento dell'Istruzione australiano dedicati alla fase pre-accesso: orientamento, sportelli locali, tutoraggio nelle scuole superiori per ragazzi senza familiari laureati. L'obiettivo dichiarato dal governo Albanese è portare l'80% degli australiani in età lavorativa a una qualifica terziaria entro il 2050. Nel primo anno il piano sostiene 140mila studenti svantaggiati e 150mila iscritti ai campus regionali, con 200mila posti aggiuntivi attesi nel decennio.
Italia ferma al 31,6%: il divario che le borse non chiudono
Il confronto con la situazione italiana fa emergere la distanza. Secondo l'Report ISTAT Livelli di istruzione e ritorni occupazionali 2024, nel 2024 il 31,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni ha conseguito un titolo terziario in Italia, contro una media UE del 43% e un obiettivo europeo del 45% entro il 2030. Il dato medio nasconde una frattura territoriale: nel Centro-nord la quota di laureati 25-34 sale al 34,7%, nel Mezzogiorno scende al 25,9%, 8,8 punti di differenza.
Mentre l'Australia introduce un meccanismo che premia gli atenei in base agli studenti più difficili da raggiungere, in Italia il principale strumento, ovvero le borse di studio regionali per il diritto allo studio, ogni anno produce migliaia di idonei non beneficiari: ragazzi con i requisiti reddituali e di merito che non ricevono il denaro perché i fondi finiscono. L'esonero dalle tasse resta, l'aiuto economico no. Chi viene da una famiglia senza reti e senza redditi torna spesso a casa dopo il primo anno, ed è proprio sui drop-out indigeni (il 26% degli iscritti First Nations nel 2022 non ha rinnovato l'iscrizione l'anno successivo) che il governo australiano ha costruito la riforma. Lo stesso problema, completamento e non solo accesso, in Italia non ha un fondo dedicato che colleghi le risorse degli atenei al numero di studenti svantaggiati portati alla laurea.
Cosa significa per le università italiane
Replicare il modello australiano in Italia richiederebbe due scelte politiche oggi non sul tavolo: legare il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) a indicatori di inclusione e completamento delle fasce deboli, e finanziare in modo strutturale gli idonei senza borsa, oggi tamponati ogni anno da decreti energia o riparti tardivi. Per gli atenei del Sud, dove la quota di laureati 25-34 si ferma al 25,9%, un meccanismo di questo tipo significherebbe vedersi premiati proprio per aver intercettato chi oggi non studia o lascia.
Sul fronte degli studenti la differenza è concreta. In Australia un ragazzo del bush con il voto giusto avrà oggi non solo l'iscrizione, ma una rete di servizi: sportelli amministrativi, postazioni di studio, supporto al benessere, finanziati con grant federali (il caso UNSW a Liverpool, periferia ovest di Sydney, vale 66,9 milioni di dollari australiani per un solo polo). In Italia lo stesso ragazzo, se idoneo non beneficiario, ha esenzione fiscale e poco altro fino allo scorrimento di dicembre o marzo, sempre che la regione abbia coperto la graduatoria.
La proposta di legare i finanziamenti universitari ai risultati di inclusione torna ciclicamente nel dibattito italiano, l'ultima volta nell'aggiornamento del PNRR. Per ora resta una premialità marginale dentro il sistema AVA dell'ANVUR, non un riallineamento strutturale come quello che l'Australia ha messo in agenda per i prossimi 24 anni.