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Zone Economiche Speciali nel Mezzogiorno: la ricerca dell'Università di Bari svela un'Italia a due velocità anche dentro le ZES

L'analisi del Laboratorio di economia applicata su dati 2016-2022 mostra risultati positivi in cinque aree su otto, ma Calabria, Campania e Sardegna restano al palo. Investimenti medi in crescita di 244mila euro, assunzioni quasi ferme.

* Le ZES italiane: uno strumento nato nel 2017 per rilanciare il Sud * I numeri della ricerca: investimenti su, assunzioni quasi ferme * Cinque aree promosse, tre bocciate: la mappa delle differenze * Il peso del contesto locale secondo Angela Bergantino * Dal 2024 una sola ZES per tutto il Mezzogiorno: scommessa o rischio?

Le ZES italiane: uno strumento nato nel 2017 per rilanciare il Sud {#le-zes-italiane-uno-strumento-nato-nel-2017-per-rilanciare-il-sud}

Otto aree, tutte nel Mezzogiorno. Un pacchetto di agevolazioni fiscali e semplificazioni amministrative pensato per attrarre capitali e attività produttive dove il tessuto economico faticava, e fatica ancora, a reggere il confronto con il resto del Paese. Le Zone Economiche Speciali sono state introdotte nel 2017 come strumento di politica industriale con un obiettivo ambizioso: colmare, o quantomeno ridurre, il divario tra Nord e Sud attraverso condizioni di vantaggio per le imprese che scegliessero di insediarsi in quei territori.

A distanza di anni, la domanda cruciale è sempre la stessa: ha funzionato? Una risposta, articolata e per nulla scontata, arriva ora dal Laboratorio di economia applicata dell'Università di Bari Aldo Moro, nell'ambito del Gruppo di ricerca Grins. Lo studio ha passato al setaccio i dati del periodo 2016-2022, confrontando sistematicamente le performance delle imprese localizzate nelle ZES con quelle situate al di fuori di queste aree.

Il verdetto non è univoco. E forse proprio in questa eterogeneità sta il dato più significativo.

I numeri della ricerca: investimenti su, assunzioni quasi ferme {#i-numeri-della-ricerca-investimenti-su-assunzioni-quasi-ferme}

Partiamo dai dati aggregati. Stando a quanto emerge dall'analisi barese, gli investimenti medi nelle aree ZES sono cresciuti di 244mila euro rispetto a quelli registrati nelle zone non coperte dallo strumento agevolativo. Un incremento tutt'altro che trascurabile, che testimonia come la leva fiscale abbia effettivamente orientato una parte dei flussi di capitale verso i territori designati.

Ma c'è un rovescio della medaglia, ed è significativo. Sul fronte occupazionale i risultati sono stati molto più timidi: l'aumento delle assunzioni si è fermato a un modesto 3% dopo due anni dall'attivazione delle ZES. Un dato che solleva interrogativi sulla qualità e sulla natura degli investimenti attratti. In altre parole, i capitali sono arrivati, ma non si sono tradotti in un proporzionale aumento dei posti di lavoro.

È un fenomeno che gli economisti conoscono bene: l'investimento in capitale fisso, macchinari e infrastrutture non genera automaticamente occupazione, soprattutto quando il tessuto produttivo locale non dispone delle competenze necessarie per assorbire nuova forza lavoro qualificata. Un tema, quello del rapporto tra investimenti e lavoro, che si intreccia con le più ampie politiche per la formazione e l'istruzione nel Mezzogiorno.

Cinque aree promosse, tre bocciate: la mappa delle differenze {#cinque-aree-promosse-tre-bocciate-la-mappa-delle-differenze}

Il cuore della ricerca, però, sta nella disaggregazione territoriale. Perché le otto ZES non hanno affatto reagito allo stesso modo.

Cinque aree hanno registrato effetti positivi, in alcuni casi significativi:

* ZES Ionica (Puglia e Basilicata) * ZES Adriatica (Puglia) * Abruzzo * Sicilia Orientale * Sicilia Occidentale

In queste zone il combinato di agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche ha prodotto un effettivo aumento degli investimenti e, seppur in misura contenuta, dell'attività economica complessiva. I ricercatori suggeriscono inoltre che i benefici potrebbero essersi estesi oltre il perimetro delle singole imprese localizzate nelle ZES, generando effetti di spillover sul territorio circostante.

Il quadro cambia radicalmente guardando alle tre aree restanti. In Calabria, Campania e Sardegna gli effetti delle ZES sono risultati nulli o addirittura negativi. Nessun incremento apprezzabile degli investimenti, nessuna ricaduta occupazionale degna di nota. Come se lo strumento, in quei contesti, non avesse mai realmente attecchito.

La divergenza è netta e pone un problema di fondo: la stessa politica industriale, applicata con le medesime regole, produce esiti diametralmente opposti a seconda del territorio in cui viene calata. Non è solo una questione di numeri. È una questione di struttura economica, di capacità istituzionale, di infrastrutture materiali e immateriali.

Il peso del contesto locale secondo Angela Bergantino {#il-peso-del-contesto-locale-secondo-angela-bergantino}

Su questo punto è intervenuta la professoressa Angela Bergantino, tra le figure di riferimento del gruppo di ricerca dell'Università di Bari Aldo Moro, sottolineando come il successo o il fallimento delle ZES dipenda in larga misura dal contesto locale in cui vengono implementate.

Un'osservazione che può sembrare ovvia, ma che ha implicazioni profonde per la politica economica. Se le agevolazioni fiscali funzionano solo dove già esiste un minimo di ecosistema produttivo, una rete infrastrutturale adeguata e una pubblica amministrazione in grado di gestire le procedure semplificate, allora lo strumento ZES rischia di ampliare le disuguaglianze interne al Mezzogiorno anziché ridurle. I territori già relativamente più attrezzati attraggono investimenti, quelli più fragili restano indietro.

La ricerca conferma, in sostanza, ciò che la letteratura economica internazionale sulle Special Economic Zones ha evidenziato in contesti molto diversi, dalla Cina all'Europa dell'Est: le zone economiche speciali non sono una bacchetta magica. Funzionano quando si innestano su condizioni preesistenti favorevoli, e rischiano di fallire quando vengono usate come unico strumento di sviluppo in aree strutturalmente deboli.

L'impegno della ricerca accademica nel valutare l'efficacia delle politiche pubbliche resta fondamentale, in un panorama in cui il mondo universitario italiano si trova sempre più spesso a dialogare con le istituzioni su temi strategici, come dimostra anche il recente Appello dell'Accademia dei Lincei per una Campagna di Sensibilizzazione sui Vaccini in Italia, esempio di come la comunità scientifica possa influenzare le scelte di policy.

Dal 2024 una sola ZES per tutto il Mezzogiorno: scommessa o rischio? {#dal-2024-una-sola-zes-per-tutto-il-mezzogiorno-scommessa-o-rischio}

I risultati dello studio barese acquisiscono un rilievo particolare alla luce del nuovo assetto normativo. Dal 2024, il governo ha infatti deciso di superare il modello delle otto ZES separate, sostituendole con un'unica ZES per l'intero Mezzogiorno. Una riforma che punta a semplificare la governance e a estendere i benefici fiscali a un'area più vasta.

Ma i dati raccolti dall'Università di Bari invitano alla cautela. Se già nel precedente assetto le differenze territoriali erano macroscopiche, il rischio è che un modello unico e indifferenziato finisca per favorire ulteriormente le aree più dinamiche a scapito di quelle che necessiterebbero di interventi mirati e complementari.

La sfida, per il legislatore, è chiara: accompagnare lo strumento fiscale con politiche integrate, che affrontino i deficit infrastrutturali, formativi e amministrativi dei territori più deboli. Altrimenti, la nuova ZES unica rischia di replicare su scala più ampia le stesse asimmetrie già osservate.

La questione resta aperta, e sarà probabilmente oggetto di ulteriori analisi nei prossimi anni, man mano che i dati sulla nuova configurazione diventeranno disponibili. Quel che è certo è che il Mezzogiorno non è un blocco monolitico, e qualsiasi politica che lo tratti come tale parte con un handicap.

Pubblicato il: 21 aprile 2026 alle ore 10:14