Il contratto presidi per il triennio 2022-2024 è stato firmato il 12 maggio 2026: a tre anni dall'inizio del periodo contrattuale, l'ARAN ha sottoscritto l'accordo con le organizzazioni sindacali - ANP, CISL FSUR, FLC CGIL, UIL Scuola RUA e Dirigenti Scuola. L'accordo riguarda 7.550 dirigenti delle scuole statali e 360 tra università e enti di ricerca. I comunicati parlano di "fino a 500€ al mese in più", ma tradotto in busta paga effettiva quella cifra cambia.
Cosa prevede il contratto: aumenti a regime e arretrati
Il CCNL stabilisce incrementi mensili calcolati su 13 mensilità: fino a 500€ lordi al mese per i presidi delle scuole statali e 503€ lordi per i dirigenti di università e enti di ricerca. L'importo varia in base all'anzianità di ruolo e alla fascia di inquadramento; la cifra di 500€ corrisponde alla media per la quota più ampia dei dirigenti scolastici.
Oltre agli incrementi mensili, il contratto eroga anche gli arretrati maturati dal 1° gennaio 2024: 5.800€ lordi per i dirigenti scolastici e 6.000€ per quelli degli atenei e degli enti di ricerca. Questi importi saranno liquidati con le prime buste paga utili, non appena ogni amministrazione completerà le procedure operative.
Il contratto copre formalmente il triennio 2022-2024, ma gli arretrati partono solo dal 1° gennaio 2024. Il biennio 2022-2023 non genera rimborsi aggiuntivi separati: le risorse per quegli anni sono state integrate nel calcolo degli incrementi mensili a regime. Chi attendeva una somma una tantum che coprisse anche il 2022 e il 2023 non la troverà in questa liquidazione.
Dal lordo al netto: i 500€ in busta paga diventano circa 270€
Tutti i comunicati sul contratto presidi citano la cifra lorda. Un dirigente scolastico con un reddito annuo lordo superiore a 50.000€ - soglia superata dalla quasi totalità dei presidi - rientra nella fascia IRPEF marginale del 43%. Sottraendo i contributi previdenziali a carico del lavoratore (circa il 9% del lordo) e le addizionali regionali e comunali (mediamente il 2%), i 500€ lordi mensili si riducono a circa 270€ netti in più in busta paga ogni mese. Su base annua significa un aumento netto di circa 3.200-3.300€.
Il contesto inflazionistico del triennio contrattuale rende il dato ancora più preciso. Secondo i dati ISTAT sui prezzi al consumo, l'inflazione è stata dell'8,2% nel 2022, del 5,7% nel 2023 e dell'1,0% nel 2024, per una variazione cumulata di circa il 15,5% nel triennio. Un preside con 7.000€ lordi mensili ha subito una perdita di potere d'acquisto di circa 1.000€ mensili reali rispetto al 2022. I 270€ netti mensili aggiuntivi coprono circa il 27% di quella perdita.
La stessa dinamica vale per altri comparti del pubblico impiego. Gli aumenti previsti per le Forze Armate seguono lo stesso schema: importi lordi comunicati nei verbali ufficiali, importi netti sensibilmente più bassi nelle buste paga effettive. Il meccanismo lordo-netto è una costante dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego.
Le novità normative: mobilità, disciplina e previdenza
Il CCNL interviene anche su aspetti non economici. La modifica più attesa riguarda la mobilità interregionale: la quota di posti disponibili per i trasferimenti volontari sale dal 60% all'80%, allargando le opportunità per i dirigenti che vogliono avvicinarsi alla residenza familiare, tornare nella regione di origine o cambiare contesto lavorativo.
Vengono aggiornate anche le norme sul periodo di prova per i neo-dirigenti e le procedure disciplinari. Il ministro Valditara e il ministro per la PA Paolo Zangrillo hanno definito l'accordo come un riconoscimento della centralità della dirigenza scolastica nel funzionamento del sistema.
Per i dirigenti prossimi alla pensione, il contratto fissa i valori retributivi utili al calcolo del trattamento di quiescenza. Chi vuole orientarsi nel quadro previdenziale aggiornato può consultare le pensioni 2025 e il confronto con il 2024 e verificare come raggiungere la pensione minima di 739 euro al mese nel 2025.
La prossima tornata del contratto presidi riguarderà il triennio 2025-2027. Se le tempistiche seguiranno il precedente, i dirigenti potrebbero attendere qualche anno prima della firma, con nuovi arretrati da recuperare. Un meccanismo ormai strutturale nel pubblico impiego italiano, che trasforma ogni rinnovo in un recupero parziale del potere d'acquisto perduto.