L'Italia destina il 15,5% del PIL alla spesa pensionistica, il dato più alto tra i paesi OCSE, quasi il doppio della media. Eppure per il 2026 i pensionati ricevono una rivalutazione dell'1,4% che non copre l'inflazione prevista al 2%. Su una pensione di 1.800 euro lordi mensili, l'aumento netto che arriva in busta è di circa 19 euro, mentre il costo della vita erode circa 36 euro al mese.
Le tre ipotesi per evitare i tagli
L'analisi arriva da Nikolaus Lang, global leader del BCG Henderson Institute, pubblicata su Affari & Finanza. Lang individua tre strade che i paesi europei potrebbero seguire per evitare futuri tagli agli assegni pensionistici senza intervenire sui requisiti di accesso alla quiescenza.
La prima prevede la creazione di fondi pensione nazionali in grado di coprire una quota crescente delle prestazioni pubbliche future. La seconda ipotesi punta a dirottare parte dei contributi pensionistici verso conti individuali a capitalizzazione, costruendo di fatto una previdenza complementare obbligatoria. Ogni lavoratore accumulerebbe un capitale proprio, riducendo la dipendenza dal sistema a ripartizione che oggi finanzia le pensioni correnti con i contributi dei lavoratori attivi.
La terza strada introduce piani previdenziali aziendali. In Italia, questa ipotesi si intreccia con il Tfr: se la liquidazione accantonata in azienda venisse convertita in contribuzione previdenziale individuale, milioni di lavoratori costruirebbero un secondo pilastro senza aggravio diretto sulle casse dello Stato.
Il calcolo reale del +1,4%
La rivalutazione provvisoria dell'1,4% confermata dall'INPS scatta dal 1° gennaio 2026 su tutti i trattamenti pensionistici. Su una pensione lorda di 1.800 euro mensili, l'incremento è di circa 25 euro lordi. Dopo IRPEF (aliquota marginale del 23% per questo scaglione), in tasca restano circa 19 euro netti al mese. L'inflazione al 2% erode invece circa 36 euro mensili sullo stesso importo. Il saldo è negativo: circa 17 euro al mese, oltre 200 euro all'anno.
La situazione si complica per i trattamenti più elevati. Le pensioni sopra i 2.447 euro lordi mensili (quattro volte il trattamento minimo) ricevono una rivalutazione ridotta al 90% dell'indice, corrispondente all'1,26%. Per gli importi superiori a 3.059 euro mensili si scende al 75%, ovvero appena l'1,05% di aumento effettivo. Queste fasce subiscono la perdita reale di potere d'acquisto più pesante.
Il trattamento minimo sale da 603,40 a 611,85 euro mensili dal 1° gennaio 2026, come confermato dalla comunicazione INPS su importi pensionistici e date di pagamento 2026: un incremento di 8,45 euro lordi al mese.
La previdenza complementare al centro del dibattito
Le tre ipotesi del BCG Henderson Institute convergono tutte verso una maggiore capitalizzazione individuale. Su questo fronte il governo si sta muovendo: il ministro Giorgetti ha proposto una revisione del sistema di previdenza complementare italiano per aumentarne l'adesione, oggi tra le più basse in Europa.
Il problema resta la copertura finanziaria. Quota 41, che avrebbe consentito uscite anticipate con 41 anni di contributi, è stata esclusa dalla programmazione economica: il DEF 2025 ha bocciato Quota 41 per ragioni di bilancio e i margini per nuove misure strutturali restano stretti. Qualsiasi spostamento di contributi verso fondi individuali ridurrebbe le entrate correnti dell'INPS, aprendo un buco da coprire nel breve periodo.
Sul piano dei requisiti, le incertezze sul blocco dell'adeguamento alla speranza di vita non sono ancora risolte. I lavoratori che pianificano l'uscita dopo il 2026 non hanno ancora certezze sulle regole che troveranno davanti.
Con il 15,5% del PIL già destinato alle pensioni, l'Italia ha meno spazio di manovra di qualsiasi altro paese OCSE. Tra le tre strade indicate, la previdenza complementare obbligatoria è quella che la politica italiana sta discutendo con più concretezza. Se entrerà nella prossima legge di bilancio, riguarderà soprattutto i lavoratori più giovani, che sul sistema pubblico a ripartizione non possono contare allo stesso modo delle generazioni precedenti.