* Il quadro generale: cosa dicono i numeri Istat * Il rovescio della medaglia: disoccupazione di lungo periodo e canali informali * Costo del lavoro e salari: una forbice che si allarga * Politiche attive: il tallone d'Achille del sistema italiano * Un mercato che cambia pelle, tra competenze e fragilità
Il quadro generale: cosa dicono i numeri Istat {#il-quadro-generale-cosa-dicono-i-numeri-istat}
A guardare le cifre aggregate, il mercato del lavoro italiano sembra aver imboccato una traiettoria positiva. I dati Istat relativi alla chiusura del 2025 registrano una crescita dell'occupazione pari allo 0,8%, che in termini assoluti significa 185mila posti di lavoro in più. I disoccupati calano del 5,3% — circa 88mila persone in meno alla ricerca di un impiego — mentre gli inattivi si riducono dello 0,5%, con 58mila unità in meno nel bacino di chi non lavora e non cerca lavoro.
Il tasso di occupazione si attesta al 62,4%, sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione scende al 5,5%, un livello che non si vedeva da anni e che avvicina l'Italia — almeno sulla carta — alle medie europee meno drammatiche.
Fin qui, le buone notizie. Ma i numeri, come spesso accade, raccontano storie diverse a seconda di quanto si è disposti a scavare.
Il rovescio della medaglia: disoccupazione di lungo periodo e canali informali {#il-rovescio-della-medaglia-disoccupazione-di-lungo-periodo-e-canali-informali}
C'è un dato, tra quelli diffusi dall'Istat, che merita un'attenzione particolare: la quota di disoccupati di lungo periodo è salita al 51,3%. Significa che più della metà di chi è senza lavoro lo è da almeno dodici mesi. È un indicatore strutturale, non congiunturale, e racconta di un mercato che riesce ad assorbire i profili più spendibili lasciando indietro tutti gli altri.
A rendere il quadro ancora più eloquente è il modo in cui gli italiani cercano lavoro. Il 75,2% si affida a canali informali: il passaparola, le conoscenze personali, la rete familiare. Un sistema che funziona — quando funziona — per chi ha un capitale sociale solido, ma che taglia fuori sistematicamente chi parte da posizioni di svantaggio: i giovani senza rete, gli over 50 espulsi dal mercato, i lavoratori delle aree interne.
Questo dato, da solo, è un atto d'accusa nei confronti dell'infrastruttura pubblica dei servizi per l'impiego. I Centri per l'Impiego, nonostante i fondi del PNRR destinati al loro potenziamento, continuano a rappresentare un canale residuale nella ricerca di occupazione. La domanda non è più se servano riforme, ma perché quelle annunciate stentino a produrre effetti tangibili.
Costo del lavoro e salari: una forbice che si allarga {#costo-del-lavoro-e-salari-una-forbice-che-si-allarga}
Stando a quanto emerge dai dati Istat, il costo del lavoro è aumentato del 2,9% su base annua. Un incremento che, letto insieme alla dinamica salariale degli ultimi anni, pone interrogativi seri.
Per le imprese, soprattutto quelle medio-piccole che costituiscono l'ossatura del tessuto produttivo italiano, l'aumento del costo del lavoro comprime i margini. Per i lavoratori, la crescita nominale dei salari — quando c'è — viene spesso erosa dall'inflazione residua e dal cuneo fiscale. Il risultato è una forbice in cui il lavoro costa di più a chi assume senza che chi lavora percepisca un reale miglioramento del potere d'acquisto.
La questione salariale resta uno dei nodi irrisolti del dibattito italiano. I rinnovi contrattuali degli ultimi mesi hanno cercato di recuperare il terreno perduto durante la fiammata inflazionistica del 2022-2023, ma il recupero è stato parziale e disomogeneo tra i settori. E nel frattempo, come sottolineato da più osservatori, l'Italia continua a posizionarsi nella parte bassa della classifica europea per livello dei salari reali.
Politiche attive: il tallone d'Achille del sistema italiano {#politiche-attive-il-tallone-dachille-del-sistema-italiano}
Se l'occupazione cresce ma i disoccupati di lungo periodo aumentano, qualcosa nel meccanismo di incontro tra domanda e offerta non funziona. Le politiche attive del lavoro — formazione, riqualificazione, orientamento, accompagnamento — restano il capitolo più debole della strategia occupazionale italiana.
Il programma GOL (_Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori_), finanziato con risorse PNRR, doveva rappresentare la svolta. I numeri delle prese in carico sono cresciuti, è vero. Ma la qualità dei percorsi offerti, la capacità di agganciare realmente le persone a opportunità lavorative concrete e la connessione con i fabbisogni espressi dalle imprese restano punti critici. La distanza tra il modello teorico e la realtà operativa sul territorio è ancora troppo ampia, con differenze abissali tra Nord e Sud.
Il fatto che tre lavoratori su quattro si affidino ancora a reti informali per trovare un impiego non è un dettaglio folcloristico: è il termometro di un fallimento istituzionale che attraversa governi di colore diverso e che nessuna riforma ha finora saputo invertire.
Un mercato che cambia pelle, tra competenze e fragilità {#un-mercato-che-cambia-pelle-tra-competenze-e-fragilità}
I dati del 2025 confermano una tendenza già evidente: il mercato del lavoro italiano sta cambiando, ma non per tutti alla stessa velocità. La domanda di lavoro si sposta progressivamente verso profili con competenze specifiche — le competenze digitali valgono più della laurea? Il mercato del lavoro si trasforma è una domanda che molti datori di lavoro si pongono ormai quotidianamente — mentre chi resta privo di aggiornamento professionale scivola nella trappola della disoccupazione di lungo periodo.
Al tempo stesso, la trasformazione del tessuto produttivo ridefinisce anche le figure professionali richieste. Come emerge dall'analisi su l'importanza crescente degli assistenti di direzione nel mondo del lavoro moderno, i ruoli organizzativi e gestionali acquistano peso in un contesto aziendale sempre più complesso.
Ma c'è anche un'altra faccia della medaglia che riguarda la qualità del lavoro, non solo la sua quantità. La crescita occupazionale non cancella le criticità legate alla sicurezza: i recenti dati sulla valutazione dei rischi e sugli infortuni sul lavoro ricordano che più occupazione deve significare anche occupazione più sicura.
I numeri Istat di fine 2025 consegnano dunque un'istantanea a doppia faccia. Da un lato, un Paese che crea lavoro e riduce la disoccupazione nominale. Dall'altro, un sistema che non riesce a raggiungere chi è più lontano dal mercato, che si regge su reti informali anziché su servizi pubblici efficienti, e in cui la questione salariale resta sospesa tra il costo crescente per le imprese e il potere d'acquisto insufficiente per i lavoratori.
Le scelte da compiere — sui Centri per l'Impiego, sulla formazione continua, sul cuneo fiscale, sul salario minimo — sono note da tempo. Quello che manca, semmai, è la volontà di affrontarle con la radicalità che i dati impongono.