I rettori predicano prudenza, invitano ad attendere la chiusura definitiva dei termini di iscrizione prevista per fine marzo. Ma i numeri, quelli che il ministero dell'Università considera il primo rilevamento attendibile dell'anno accademico, parlano chiaro: a fine febbraio le matricole nelle università italiane sono 327.468, contro le 338.893 dello stesso periodo nel 2025. Un ammanco di oltre undicimila studenti, pari a un calo del 3,3 per cento. Non è un dato che si possa liquidare con un'alzata di spalle, soprattutto in un Paese che da anni fatica a incrementare il numero di laureati e che si ritrova stabilmente nelle posizioni di coda tra le nazioni europee. L'Italia resta infatti ben lontana dall'obiettivo fissato dall'Unione Europea per il 2030: raggiungere il 45 per cento di laureati nella fascia d'età tra i 25 e i 34 anni. Un traguardo che, ai ritmi attuali, appare più una chimera che un progetto realistico. Il dato demografico, almeno per ora, non spiega la flessione. I maturandi erano 526mila due anni fa e 524mila nel 2025: una differenza trascurabile, insufficiente a giustificare un arretramento di questa portata. Le cause vanno cercate altrove, e in particolare nel pasticcio che ha investito le procedure di accesso a Medicina. Il primo controllo del ministero fotografa una situazione che potrebbe correggersi nelle prossime settimane, ma che intanto solleva interrogativi sulla capacità del sistema universitario italiano di attrarre i giovani diplomati. In un contesto in cui la competizione internazionale per i talenti si fa sempre più serrata — basti pensare alle dinamiche economiche globali che stanno ridefinendo equilibri consolidati, come le tensioni tra Amazon e il governo Trump sui costi dei dazi — perdere matricole non è un segnale che il Paese può permettersi di ignorare.
Il caso Medicina e le facoltà scientifiche in difficoltà
Il comparto che registra la contrazione più vistosa è quello medico-sanitario-farmaceutico. I numeri pubblicati dal Sole 24 Ore sono eloquenti: si passa da 41.737 a 37.770 matricole, con una diminuzione del 9 per cento. Ma è nel settore scientifico puro che il calo assume proporzioni ancora più marcate. Le facoltà di Fisica, Matematica e Chimica vedono gli iscritti scendere da 33.753 a 27.595: un crollo del 18 per cento che, se confermato a fine periodo, rappresenterebbe un campanello d'allarme per l'intero sistema formativo nazionale. Anche Veterinaria perde terreno in modo significativo, passando da 6.653 a 5.202 studenti, con un arretramento del 22 per cento. Numeri pesanti, che tuttavia vanno letti con una cautela doverosa. Si tratta in larga parte di facoltà a numero chiuso programmato, e quest'anno i posti disponibili sono stati aumentati. È dunque ragionevole attendersi che i dati definitivi riducano il divario rispetto al 2025. Il ritardo nelle iscrizioni e nella registrazione degli studenti in questi settori ha una spiegazione tecnica precisa, legata alle vicissitudini del nuovo sistema di accesso a Medicina e alle ricadute che ha avuto su tutto il comparto scientifico. L'effetto domino provocato dalle procedure straordinarie ha coinvolto migliaia di aspiranti medici che, in attesa di conoscere il proprio destino, non hanno ancora formalizzato l'iscrizione né a Medicina né alle facoltà alternative.
Il semestre filtro e la sanatoria: cosa è successo davvero
Per comprendere i dati sulle immatricolazioni è indispensabile ricostruire la vicenda del semestre filtro introdotto per l'accesso a Medicina. Il nuovo meccanismo, che prevede un primo semestre comune con successiva selezione, ha generato una serie di complicazioni burocratiche e organizzative che si sono riversate a cascata sulle statistiche delle iscrizioni. Gli studenti che non avevano superato uno o più test scritti entro dicembre hanno ottenuto la possibilità di recuperare entro la fine di febbraio, grazie a una sanatoria disposta dal ministero. Non solo: il Mur (Ministero dell'Università e della Ricerca) ha emanato una disposizione che ha consentito alle università di accordare agli studenti coinvolti nella disavventura del test la possibilità di iscriversi entro l'inizio di marzo anche ad altre facoltà affini, tra cui quelle scientifiche. Questo doppio binario — recupero dei test da un lato, migrazione verso facoltà alternative dall'altro — ha creato un limbo statistico che rende i dati di fine febbraio particolarmente inaffidabili per il comparto medico e scientifico. Migliaia di studenti si trovano ancora in una fase di transizione: alcuni stanno completando le procedure di recupero, altri stanno valutando se restare nel percorso medico o dirottare verso discipline vicine. Il risultato è un'istantanea sfocata, che potrebbe schiarirsi significativamente nelle prossime settimane. Ma il danno d'immagine per il nuovo sistema di accesso è già fatto: la complessità delle procedure ha generato confusione tra le famiglie e tra gli studenti, alimentando un senso di incertezza che non giova alla reputazione del sistema universitario.
Ingegneria traina le Stem: +8% di iscritti
Se il quadro delle facoltà scientifiche pure appare preoccupante, c'è un dato che si muove in netta controtendenza e che merita di essere evidenziato. Ingegneria Industriale e dell'Informazione registra un balzo in avanti dell'8 per cento, passando da 41.403 a 44.901 iscritti. È un incremento robusto, che colloca Ingegneria tra le facoltà più dinamiche dell'intero panorama universitario italiano e che compensa almeno parzialmente le perdite registrate in altri ambiti delle discipline Stem. Il successo di Ingegneria non è casuale. Da anni il mercato del lavoro premia i laureati in questa disciplina con tassi di occupazione superiori alla media e retribuzioni d'ingresso competitive. Secondo i dati di AlmaLaurea, a cinque anni dalla laurea magistrale i laureati in Ingegneria presentano un tasso di occupazione che sfiora il 95 per cento, con stipendi netti mensili che superano i 1.800 euro già nei primi anni di carriera. La domanda di ingegneri da parte delle imprese italiane, in particolare nei settori dell'automazione, dell'energia rinnovabile e della trasformazione digitale, continua a crescere. Non tutto il comparto tecnologico brilla allo stesso modo, però. Informatica registra un calo, passando da 9.859 a 8.997 studenti. Una flessione che potrebbe apparire paradossale in un'epoca di espansione dell'intelligenza artificiale e della digitalizzazione, ma che potrebbe essere spiegata in parte dalla migrazione di potenziali informatici verso i corsi di Ingegneria dell'Informazione, percepiti come più completi e spendibili sul mercato del lavoro.
Economia e Giurisprudenza in crescita, stabili le umanistiche
Il settore economico-giuridico-sociale conferma una tendenza positiva, seppur con ritmi contenuti. Economia cresce del 2 per cento, Giurisprudenza del 4 per cento. Numeri che non fanno gridare al miracolo ma che testimoniano una tenuta solida di queste aree disciplinari, tradizionalmente tra le più popolose dell'università italiana. La crescita di Giurisprudenza è particolarmente interessante perché arriva dopo anni di contrazione, durante i quali la facoltà aveva perso attrattività a causa della saturazione del mercato delle professioni legali e dei tempi lunghi necessari per accedere alle carriere forensi e magistratuali. Il rilancio potrebbe essere legato alla diversificazione degli sbocchi professionali: i laureati in Giurisprudenza trovano oggi impiego crescente nelle funzioni di compliance_, _data protection e regolamentazione delle nuove tecnologie. Le facoltà umanistiche restano sostanzialmente stabili, raccogliendo circa un sesto degli immatricolati totali. Non crescono, ma nemmeno arretrano: un equilibrio fragile che riflette la percezione ambivalente delle discipline umanistiche nel dibattito pubblico italiano. Da un lato vengono celebrate come fondamento della cultura nazionale, dall'altro vengono spesso indicate come scelte poco strategiche in termini occupazionali. La realtà, come spesso accade, è più sfumata: i laureati in discipline umanistiche che acquisiscono competenze digitali trasversali trovano collocazione in settori come la comunicazione, l'editoria digitale, il marketing e la gestione dei beni culturali.
L'Italia e il nodo laureati: l'obiettivo europeo resta lontano
Al di là delle oscillazioni tra facoltà, il dato complessivo impone una riflessione più ampia sulla capacità dell'Italia di formare capitale umano qualificato. Con una percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni che secondo gli ultimi dati Eurostat si attesta intorno al 30 per cento, il nostro Paese è ancora distante anni luce dall'obiettivo comunitario del 45 per cento entro il 2030. La Germania supera il 37 per cento, la Francia il 50, la Spagna il 48. L'Italia è penultima nell'Unione Europea, seguita solo dalla Romania. Un calo del 3,3 per cento nelle matricole, anche se parzialmente riassorbibile nei prossimi mesi, non è un segnale incoraggiante in questo contesto. Le cause sono molteplici e stratificate: il costo degli studi universitari, che in Italia è tra i più alti d'Europa a fronte di un sistema di borse di studio sottodimensionato; la scarsa mobilità sociale, che rende la laurea un privilegio ancora troppo legato al reddito familiare; la percezione, diffusa soprattutto nel Mezzogiorno, che il titolo di studio non garantisca un adeguato ritorno economico. I dati definitivi delle iscrizioni, attesi per la fine di marzo, diranno se l'allarme è fondato o se si tratta di un effetto statistico temporaneo legato al caos Medicina. Ma una cosa è certa: l'Italia non può permettersi di perdere matricole. Ogni studente che rinuncia all'università è un investimento mancato sul futuro del Paese, in un'epoca in cui la competitività delle nazioni si misura sempre più sulla qualità e sulla quantità del capitale umano.