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Si è spento a 90 anni Massimiliano Cencelli. Esponente della Dc, fu l'autore, nel 1968, del famoso "manuale" per la spartizione delle poltrone e del potere

Massimiliano Cencelli, esponente Dc che diede il nome al manuale della lottizzazione politica italiana, è morto a novant’anni: eredità e limiti.

Se n'è andato a novant'anni, dopo una vita nelle anticamere del potere piuttosto che nei suoi proscenio, Massimiliano Cencelli. Esponente della Democrazia Cristiana, romano, per decenni egli è rimasto un nome quasi anonimo agli occhi del grande pubblico, sino a quando il suo cognome non si è tramutato, con un processo linguistico raro nella storia repubblicana, in sostantivo comune: il “manuale Cencelli”, locuzione ormai stabilmente iscritta nel lessico politico e giornalistico nazionale, financo nei testi universitari che studiano le dinamiche della Prima Repubblica.

Il "sistema" fu ideato 1968, in una notte di trattative estenuanti per la spartizione dei ministeri, il metodo che porta il suo nome fu un’intuizione tanto semplice quanto dirompente: applicare alla politica la logica algebrica della società per azioni. Chi possedeva il dodici per cento dei seggi parlamentari avrebbe ottenuto il dodici per cento delle nomine, e così proporzionalmente per ogni corrente, ogni sottogoverno, ogni poltrona di rilievo. Un algoritmo, si direbbe oggi, capace di trasformare il conflitto tra fazioni in una contabilità sostanzialmente pacifica del potere.

Cencelli non ha inventato lottizzazione, pratica vecchia quanto la politica stessa, bensì la sua sistematizzazione in un metodo replicabile, quasi scientifico. Come osserva Gianfranco Rotondi nel ricordarlo, il suo capolavoro fu “un manuale tanto celebrato quanto paradossalmente mai pubblicato”: un testo che tutti citavano e nessuno aveva mai realmente letto, perché la sua vera natura non era cartacea, bensì culturale. Esso descriveva, meglio di qualsiasi trattato di scienza politica, il modo in cui l’Italia democristiana, e poi, mutatis mutandis, l’Italia tout court, ha inteso per lungo tempo l’esercizio della responsabilità pubblica: non come selezione del merito, ma come geometrica distribuzione degli equilibri.

Non stupisce che proprio Giulio Andreotti, maestro indiscusso dell’arte del compromesso e della battuta tagliente, abbia voluto lasciare ai suoi diari un giudizio ambivalente e sornione sul fenomeno che Cencelli aveva battezzato, definendolo «uno dei libri da dimenticare, purché lo dimentichino tutti». Frase che è essa stessa un piccolo capolavoro di ipocrisia consapevole: nessuno, in settant’anni di storia repubblicana, lo ha davvero dimenticato, ed è proprio in questa persistenza, attraverso la caduta della Dc, la fine della Prima Repubblica, l’avvento di stagioni politiche che si sono proclamate ogni volta radicalmente nuove, che si misura la profondità del solco tracciato da Cencelli nel costume nazionale.

Perché di costume, non solamente di tecnica politica, qui si tratta. Il manuale Cencelli è divenuto negli anni una lente critica attraverso cui il Paese legge se stesso: ogni qual volta un governo distribuisce sottosegretariati, ogni qual volta un ente pubblico rinnova i propri vertici, ogni qual volta una cordata bancaria o culturale procede a nomine che sanno più di equilibrio che di competenza, l’espressione riaffiora puntuale. È diventata metafora universale del “particolarismo italico”, di quella tendenza a preferire la mediazione tra interessi costituiti alla selezione per merito, un tratto che attraversa la politica ma si insinua, per estensione, anche nel mondo imprenditoriale, accademico, persino associativo.

Lo stesso Cencelli, negli ultimi anni della sua lunga vita, guardava a questa eredità con un misto di orgoglio e disincanto. Interpellato in più occasioni sull’attualità del suo metodo, non mancava di rivendicarne la vitalità con understatement quasi aristocratico: “È stato applicato al cento per cento il mio manuale”, commentò a proposito della formazione di un governo di larghe intese, per poi aggiungere, con l’amarezza di chi si sente frainteso dai posteri, che “il mio manuale? Non lo sanno utilizzare. In giro c’è troppa ignoranza politica”. Parole che suonano oggi come un commiato beffardo, quasi un ultimo, sottile atto d’accusa nei confronti di una classe dirigente che ha ereditato il metodo senza custodirne, a suo dire, il rigore.

Con la scomparsa di Massimiliano Cencelli si chiude dunque un capitolo della storia politica italiana, ma non si chiude affatto, è bene dirlo con onestà intellettuale, la logica che egli seppe per primo formalizzare. Il “sistema”, come amava chiamarlo, sopravvive al suo autore, sopravvive ai partiti che lo generarono, sopravvive persino alle retoriche antipolitiche che periodicamente ne annunciano il tramonto. Resta, in fondo, la prova più eloquente di come in Italia le formule sappiano talvolta durare assai più a lungo degli uomini e delle stagioni che le hanno partorite.

Pubblicato il: 9 agosto 2026 alle ore 15:58