Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha consegnato al Quirinale le insegne di Cavaliere dell'Ordine «Al Merito del Lavoro» alla nuova pattuglia di imprenditori nominati il 2 giugno 2026 e ha scelto di dedicare uno dei passaggi centrali del discorso ai giovani, legando il futuro dell'impresa italiana al percorso formativo. «Diritto al lavoro e diritto alla scuola si realizzano necessariamente insieme», ha detto il capo dello Stato, richiamando i due principi come fondamento della Costituzione repubblicana.
La cerimonia cade nel 125esimo anniversario dell'onorificenza, istituita da Giuseppe Zanardelli, di cui ricorrono anche i duecento anni dalla nascita. In sala erano presenti i presidenti di Senato, Camera e Corte Costituzionale, oltre al ministro delle Imprese Adolfo Urso e al presidente della Federazione Cavalieri del Lavoro, Salerno, che ha introdotto la cerimonia. Il presidente ha ringraziato i Cavalieri al venticinquesimo anno dalla nomina e ha richiamato il valore dell'impresa diffusa come «motore dello sviluppo» delle comunità e «contrasto sostanziale allo spopolamento» delle aree interne del Paese, in un rincorrersi di effetti che occorre «contrastare con politiche efficaci».
Un saluto intenso ai giovani Alfieri
Il capo dello Stato ha riservato un «saluto particolarmente intenso» agli Alfieri del Lavoro, i diplomati di eccellenza delle scuole superiori che quest'anno iniziano gli studi universitari. Ha spiegato di seguire «ogni anno» le facoltà scelte dai ragazzi, perché «disegna la sensibilità agli interessi culturali del nostro Paese» e perché, ogni volta, registra «un'ampia varietà nella gamma delle scelte operate». Nel discorso è stato richiamato il Collegio universitario Lamaro Pozzani come esempio dell'impegno dei Cavalieri «a sostegno della formazione dei giovani» e come «eccellenza che va posta in evidenza», in una stagione in cui «squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche» rendono più difficile la trasmissione tra generazioni.
Allarme sulle migrazioni giovanili
Nel passaggio più politico del discorso, Mattarella ha definito «un grave peso» il «bilancio negativo delle migrazioni giovanili» e ha chiesto di «dar vita a condizioni per rendere attraente ai giovani il ritorno», osservando che «molti rientrerebbero volentieri se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi adeguatamente realizzare». La società, ha avvertito, non può rivolgersi ai giovani «con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione»: è «una questione sociale» che influisce anche sulla nascita di nuove imprese, pur in presenza del saldo positivo registrato nel 2025.
Mattarella ha inserito l'investimento sulle nuove generazioni dentro il quadro delle vulnerabilità segnalate dal Centro studi di Confindustria, dal costo dell'energia all'inflazione, dai bassi salari al deficit di produttività, e ha indicato nella «crescente integrazione dell'Unione europea» la chiave «della crescita di competitività, della difesa e del potenziamento di una civiltà i cui valori oggi appaiono minacciati». Nel finale ha richiamato Luigi Einaudi all'Assemblea Costituente, con la sua battaglia contro i monopoli letti come «origine più profonda e vera dei mali sociali». La coesione fra generazioni, nel disegno del presidente, resta la condizione perché scuola e impresa continuino a camminare nello stesso senso.