Sommario
* I numeri dello studio danese * Tenure e pubblicazioni: il divario si allarga * Il paradosso della parità dichiarata * Perché la Danimarca rende i dati ancora più significativi * Il quadro complessivo e le implicazioni
Diventare genitori non è mai un evento neutro per chi lavora nella ricerca. Le conseguenze, tuttavia, cambiano radicalmente a seconda del genere. Un'ampia analisi pubblicata nel marzo 2026 dal Centre for Economic Performance della London School of Economics, guidata da Sofie Cairo della Copenhagen Business School, ha prodotto dati difficili da ignorare. Lo studio ha esaminato 13.347 genitori iscritti a programmi di dottorato in atenei danesi tra il 1996 e il 2017, incrociando registri amministrativi nazionali, dati bibliometrici dal database Scopus di Elsevier e un sondaggio del 2017 tra ricercatori danesi. Ne emerge un quadro statistico tra i più robusti mai costruiti sull'argomento: dopo la nascita del primo figlio, le traiettorie professionali di uomini e donne, fino a quel momento sostanzialmente sovrapponibili, prendono direzioni opposte. Le donne abbandonano l'università, pubblicano meno, ottengono meno posizioni stabili. Gli uomini proseguono quasi indisturbati.
I numeri dello studio danese
Otto anni dopo la nascita del primo figlio, le donne risultano avere il 29% di probabilità in meno di essere impiegate in un'università rispetto a uno scenario ipotetico senza maternità. Per gli uomini la riduzione si ferma al 14%. Il divario non si esaurisce qui. Le madri che lasciano l'accademia subiscono anche una riduzione del 12% nei guadagni e hanno minori probabilità di trovare impiego in istituti di ricerca o laboratori. Un dato che rivela qualcosa di più profondo di un semplice cambio di settore: molte donne non si spostano verso altri ambiti scientifici, ma escono del tutto dal mondo della ricerca. I padri che abbandonano il percorso accademico, al contrario, non mostrano penalizzazioni salariali comparabili. La causa principale, secondo i ricercatori, risiede nella distribuzione asimmetrica del lavoro di cura: le madri si fanno carico di un volume di responsabilità legate all'accudimento quasi cinque volte superiore rispetto ai colleghi maschi. Notti insonni, visite pediatriche, giorni di malattia dei bambini, ritiro all'asilo: compiti che ricadono sistematicamente sulle spalle delle donne.
Tenure e pubblicazioni: il divario si allarga
Per le madri che restano nel sistema accademico le prospettive non migliorano granché. La probabilità di ottenere una posizione di tenure_, il contratto a tempo indeterminato che rappresenta il traguardo di ogni carriera universitaria, crolla del 35% nei tre-quattro anni successivi alla nascita del primo figlio. Dopo otto anni il divario si riduce parzialmente, ma resta comunque al 23% in meno rispetto alle colleghe senza figli. Per i padri non si registra alcuna variazione statisticamente significativa. Il dato sulla produzione scientifica è altrettanto eloquente: le donne registrano un calo del 31% nelle pubblicazioni rispetto ai padri a otto anni dalla nascita del primo figlio, mentre gli uomini continuano a pubblicare allo stesso ritmo. Posticipare la genitorialità, aspettando di avere già ottenuto un primo incarico accademico, attenua le penalizzazioni ma non le elimina. Barbara Petrongolo, economista dell'Università di Oxford, ha definito i dati dello studio _"estremamente ricchi" e i risultati _"piuttosto sorprendenti"_, sottolineando la robustezza metodologica dell'analisi condotta dal team di Cairo.
Il paradosso della parità dichiarata
Uno degli aspetti più rivelatori dello studio riguarda lo scollamento tra convinzioni e comportamenti quotidiani. Tra i 3.400 ricercatori intervistati nel sondaggio del 2017, tre quarti si sono detti d'accordo con l'affermazione secondo cui _"le famiglie funzionano meglio quando i partner condividono equamente la cura dei figli, i lavori domestici e il lavoro retribuito"_. Nella pratica, il quadro è completamente diverso. Le madri risultano molto più spesso responsabili di:
* Cure notturne dei neonati * Giornate di malattia dei figli * Appuntamenti medici e visite pediatriche * Ritiro dei bambini all'asilo o alla scuola materna
Sofie Cairo sintetizza con efficacia: _"Gli atteggiamenti cambiano molto più rapidamente dei comportamenti"_. In Danimarca si è fatto molto per incentivare entrambi i genitori a usufruire del congedo parentale, e le norme sociali si stanno evolvendo. Ma l'inerzia culturale resiste. Le dichiarazioni di principio sulla parità non si traducono automaticamente in una redistribuzione equa del carico domestico. Questo scollamento tra ideali professati e realtà vissuta è il motore silenzioso della penalizzazione professionale delle madri accademiche.
Perché la Danimarca rende i dati ancora più significativi
Chi potrebbe obiettare che questi risultati riflettano le carenze di un sistema poco attento alla parità di genere si trova di fronte a un problema di non poco conto: la Danimarca è uno dei paesi con i livelli più alti di uguaglianza di genere al mondo. Offre congedi parentali retribuiti generosi e un sistema di asili nido sovvenzionati dallo Stato. Se il divario nelle carriere accademiche è così marcato in un contesto simile, cosa accade in paesi con politiche meno avanzate? La domanda resta aperta, ma i dati danesi suggeriscono che le politiche pubbliche, per quanto necessarie, non bastano da sole a eliminare le disuguaglianze. Il problema affonda le radici in dinamiche familiari e aspettative sociali che resistono anche in presenza di strumenti istituzionali adeguati. Ricerche precedenti, tra cui un working paper del National Bureau of Economic Research statunitense del 2025, hanno documentato penalizzazioni analoghe, le cosiddette _motherhood penalties_, in termini di salari più bassi e minori promozioni per le donne nella scienza. Il fenomeno, evidentemente, è globale e non circoscrivibile a un singolo contesto nazionale.
Il quadro complessivo e le implicazioni
I dati raccolti da Cairo e colleghi disegnano un panorama inequivocabile. La genitorialità rappresenta uno snodo cruciale nelle carriere accademiche, ma le sue conseguenze sono distribuite in modo profondamente asimmetrico. Le donne pagano un prezzo elevato in termini di occupazione, stabilità contrattuale, produttività scientifica e reddito. Gli uomini attraversano la stessa esperienza senza contraccolpi professionali rilevanti. Il fattore determinante non è la biologia della gravidanza in sé, ma il carico di lavoro di cura che continua a gravare in modo sproporzionato sulle madri, anche dove la parità è un valore condiviso. Per la dimensione del campione e la qualità dei dati utilizzati, questo studio aggiunge un tassello importante alla comprensione di un fenomeno noto ma spesso sottovalutato. Le soluzioni non possono limitarsi a congedi più lunghi o asili più accessibili: serve un cambiamento nei comportamenti quotidiani all'interno delle famiglie. Finché le dichiarazioni sulla condivisione dei compiti resteranno lettera morta, la maternità continuerà a rappresentare un ostacolo strutturale per le donne nella ricerca.