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Libano, tre giornalisti uccisi da missili israeliani: l'attacco rivendicato e le accuse senza prove

L'esercito israeliano ha colpito un convoglio stampa nel sud del Libano uccidendo tre giornalisti. Tel Aviv rivendica l'attacco accusando uno di loro di essere un infiltrato di Hezbollah, ma senza fornire prove.

Sommario

* L'attacco del 28 marzo sulla Jezzine Road * Le accuse israeliane e l'assenza di prove * La reazione internazionale e le condanne * Un mese di guerra, una strage silenziosa di reporter * Il bilancio complessivo: numeri che pesano

L'attacco del 28 marzo sulla Jezzine Road

Quattro missili di precisione contro un convoglio che esponeva chiaramente la segnaletica della stampa. È accaduto il 28 marzo sulla Jezzine Road, nel sud del Libano, e non si è trattato di un errore. L'esercito israeliano ha rivendicato esplicitamente il raid, che ha ucciso tre giornalisti: Fatima Ftouni e il fratello Mohammed Ftouni, reporter dell'emittente televisiva Al-Mayadeen_, e Ali Shuaib, volto storico di _Al-Manar con trent'anni di carriera alle spalle. Nell'attacco è morto anche un paramedico, mentre altri giornalisti presenti nel convoglio sono rimasti feriti. L'episodio si inserisce nell'offensiva militare israeliana ripresa a inizio marzo contro il Libano, dopo il fallimento del cessate il fuoco raggiunto con Hezbollah nel periodo 2023-2024. Un cessate il fuoco che, secondo molteplici fonti, Tel Aviv non ha mai realmente rispettato. L'operazione militare su larga scala, fatta di attacchi aerei e incursioni terrestri, ha prodotto in un solo mese oltre 1.200 vittime e più di un milione di sfollati su una popolazione di circa quattro milioni di abitanti.

Le accuse israeliane e l'assenza di prove

La giustificazione fornita da Israele ricalca uno schema ormai consolidato, lo stesso utilizzato nella Striscia di Gaza: ogni obiettivo colpito viene presentato come legato a Hezbollah. Nel caso specifico, Tel Aviv ha sostenuto che Ali Shuaib fosse un infiltrato dell'unità di intelligence dell'organizzazione politico-militare libanese, accusandolo di aver rivelato le posizioni dei soldati israeliani e di aver svolto un ruolo di primo piano nella propaganda di Hezbollah. Nessuna prova è stata fornita a supporto di queste affermazioni. Né, del resto, è stata offerta alcuna giustificazione per l'uccisione di Fatima e Mohammed Ftouni. È vero che le due emittenti, Al-Mayadeen e Al-Manar, sono legate a Hezbollah. Ma l'organizzazione, per quanto classificata come terroristica dai paesi occidentali, in Libano detiene seggi parlamentari e rappresenta una forza politica con radicamento istituzionale. Equiparare automaticamente i giornalisti di queste testate a combattenti attivi è un passaggio logico che richiede evidenze solide, non semplici dichiarazioni. Il tema della tutela dei professionisti dell'informazione in zone di conflitto resta centrale, come dimostra anche Il libro di Elvira Serra esplora l'autodeterminazione attraverso le generazioni di giornalisti, una riflessione sul ruolo e l'identità di chi fa questo mestiere.

La reazione internazionale e le condanne

Lo sdegno è stato immediato e trasversale. Il presidente libanese Joseph Aoun, che nelle settimane precedenti aveva preso più volte le distanze da Hezbollah, ha denunciato una violazione delle "regole più elementari del diritto internazionale". Parole dure, ribadite dal primo ministro Nawaf Salam. Il fatto che la condanna arrivi da figure politiche non allineate con Hezbollah rende ancora più significativa la portata della reazione. Sul piano internazionale, Sara Qudah, direttrice regionale del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), ha parlato di un "preoccupante schema" che si ripete da decenni: Israele accusa i reporter di essere combattenti o terroristi senza produrre prove credibili. "I giornalisti non sono bersagli legittimi, a prescindere dalla testata per cui lavorano", ha dichiarato Qudah. Il 29 marzo, centinaia di persone hanno partecipato ai funerali di due delle tre vittime, celebrati a Beirut in un clima di rabbia e dolore. La comunità giornalistica internazionale ha espresso solidarietà, ma le dichiarazioni di principio faticano a tradursi in meccanismi di protezione efficaci sul campo.

Un mese di guerra, una strage silenziosa di reporter

L'attacco del 28 marzo non è un caso isolato. Da quando Israele ha ripreso i bombardamenti sul Libano a inizio marzo, la lista dei giornalisti uccisi si allunga con cadenza quasi settimanale. Il 26 marzo, appena due giorni prima della strage sulla Jezzine Road, il fotoreporter freelance Hussein Hammoud, collaboratore di Al-Manar_, è stato colpito da un raid aereo mentre documentava le operazioni delle _Israeli Defense Forces nella città meridionale di Nabatieh. Il 18 marzo, Mohamed Sherri, anch'egli di _Al-Manar_, è stato ucciso in un attacco contro l'edificio residenziale dove viveva con la famiglia, nel quartiere di Zuqaq al-Blat a Beirut. Il 12 marzo, un raid ha eliminato Ali Hassan Ashour, giornalista dell'emittente radio _Al-Nour_. Sei giornalisti in meno di un mese, tutti colpiti da attacchi mirati o comunque diretti contro aree civili. Il CPJ ha documentato l'uccisione di nove giornalisti in Medio Oriente da parte di Israele dall'inizio della guerra in Iran del 28 febbraio.

Il bilancio complessivo: numeri che pesano

Per comprendere la dimensione del fenomeno occorre allargare lo sguardo. Dal 7 ottobre 2023, data di inizio dell'offensiva sulla Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha ucciso almeno 234 giornalisti nel territorio palestinese e nove reporter in Libano, cifra che non include le vittime delle ultime settimane. La scorsa estate, un attacco israeliano in Yemen, nell'ambito dell'offensiva contro gli Houthi alleati dell'Iran, aveva causato la morte di almeno 31 giornalisti. Numeri che configurano quella che diverse organizzazioni per la libertà di stampa definiscono la più grave crisi per il giornalismo in zona di conflitto degli ultimi decenni. La strategia comunicativa israeliana, che sistematicamente etichetta i reporter come combattenti o fiancheggiatori, pone una questione di fondo: se ogni giornalista può essere dichiarato obiettivo legittimo sulla base di accuse prive di riscontro, il diritto internazionale umanitario perde qualsiasi funzione protettiva. E con esso si dissolve la possibilità stessa di raccontare ciò che accade, lasciando i civili libanesi, già provati da oltre un milione di sfollamenti, senza testimoni indipendenti della loro tragedia.

Pubblicato il: 2 aprile 2026 alle ore 11:17