{/* Extracted from Header.astro - Use appropriate classes/styles if animations needed */}

Jürgen Habermas, le profezie avverate di un filosofo: dal dialogo con Ratzinger alla crisi dell'Europa tedesca

Si è spento a 96 anni l'ultimo grande rappresentante della Scuola di Francoforte. Il suo pensiero su democrazia, religione e responsabilità europea resta di un'attualità sconcertante

* L'ultimo della Scuola di Francoforte * Quel dialogo con Ratzinger che cambiò tutto * La laicità positiva: una lezione ancora attuale * L'Europa tedesca e il coraggio di cambiare idea * Un pensiero che parla al presente

L'ultimo della Scuola di Francoforte {#lultimo-della-scuola-di-francoforte}

Jürgen Habermas è morto ieri a 96 anni. Con lui se ne va non soltanto uno dei maggiori filosofi del Novecento, ma l'ultimo autentico rappresentante della Scuola di Francoforte, quella tradizione di pensiero critico che ha attraversato quasi un secolo di storia europea lasciando un segno profondissimo sulla cultura politica occidentale.

Nato nel 1929, Habermas aveva costruito un edificio intellettuale imponente. Dalla Teoria dell'agire comunicativo alla riflessione sulla sfera pubblica, il suo lavoro ha fornito gli strumenti concettuali con cui generazioni di studiosi — e non solo — hanno pensato la democrazia, il diritto, il rapporto tra ragione e potere. Eppure ridurlo a una figura accademica sarebbe un errore. Habermas era un intellettuale pubblico nel senso più pieno del termine: interveniva, polemizzava, si esponeva. Non si risparmiava.

La teoria critica di Francoforte, che egli aveva ereditato da Adorno e Horkheimer rielaborandola in modo radicalmente originale, trovava nella sua voce un'incarnazione concreta, calata nelle contraddizioni del presente. Non era filosofia da torre d'avorio.

Quel dialogo con Ratzinger che cambiò tutto {#quel-dialogo-con-ratzinger-che-cambio-tutto}

Se c'è un episodio che più di ogni altro racconta la grandezza intellettuale di Habermas, è il celebre confronto con Joseph Ratzinger avvenuto il 19 gennaio 2004 presso l'Accademia Cattolica di Baviera, a Monaco. Due giganti del pensiero — un filosofo laico e razionalista, un teologo destinato a diventare Papa — seduti uno di fronte all'altro per discutere una domanda che resta oggi, se possibile, ancora più urgente: la democrazia liberale ha bisogno di premesse religiose per sostenersi?

Fu un incontro sorprendente. Habermas, da sempre alfiere della ragione secolare, riconobbe qualcosa che molti suoi colleghi non avrebbero mai ammesso: le tradizioni religiose custodiscono risorse di senso che la modernità secolarizzata non è riuscita a sostituire. Non si trattava di una conversione, né di una resa. Era piuttosto un atto di onestà intellettuale raro, il riconoscimento che la ragione laica, lasciata a se stessa, rischia di svuotarsi.

Ratzinger, dal canto suo, accettò che la fede dovesse accogliere la sfida della ragione critica. Ne nacque il concetto di laicità positiva: non la cancellazione della dimensione religiosa dallo spazio pubblico, ma un dialogo esigente tra ragione e fede, tra Stato secolare e tradizioni spirituali.

Quel dialogo fu profetico. In un'Europa che negli anni successivi avrebbe visto crescere populismi, fondamentalismi e, contemporaneamente, un'erosione profonda delle ragioni stesse della convivenza democratica, la formula Habermas-Ratzinger indicava una strada che quasi nessuno ha avuto il coraggio di percorrere fino in fondo.

La laicità positiva: una lezione ancora attuale {#la-laicita-positiva-una-lezione-ancora-attuale}

Il tema della democrazia liberale e delle sue basi pre-politiche attraversa come un filo rosso l'intera opera matura di Habermas. La sua tesi di fondo era limpida e scomoda al tempo stesso: le istituzioni democratiche non si reggono da sole. Hanno bisogno di un tessuto culturale, di motivazioni profonde che il proceduralismo giuridico, da solo, non è in grado di generare.

È una lezione che parla direttamente al nostro presente. In un tempo in cui la partecipazione democratica si contrae, in cui le aule scolastiche e universitarie sono chiamate a un compito formativo che va ben oltre la trasmissione di nozioni — come emerge dalla riflessione su come insegnare speranza e partecipazione civica in tempi di crisi democratica — il pensiero di Habermas offre coordinate preziose.

La sua idea di _patriottismo costituzionale_, maturata negli anni Ottanta come risposta alla domanda sull'identità tedesca dopo la Shoah, si è rivelata uno dei concetti politici più fecondi e più fraintesi degli ultimi decenni. Habermas proponeva un'adesione alla democrazia fondata non sull'etnia o sulla tradizione nazionale, ma sui principi universali dello Stato di diritto. Era un progetto ambizioso, forse troppo per le fragilità dell'Europa reale.

L'Europa tedesca e il coraggio di cambiare idea {#leuropa-tedesca-e-il-coraggio-di-cambiare-idea}

Habermas non è stato soltanto un teorico della democrazia. È stato, fino all'ultimo, un intellettuale capace di prendere posizioni nette e, quando necessario, di rivedere le proprie convinzioni.

Lo dimostra la sua postura sulla guerra in Ucraina. Per decenni, la cultura tedesca — e Habermas con essa — aveva coltivato un pacifismo profondo, radicato nella memoria della Seconda guerra mondiale. L'invasione russa del febbraio 2022 mise quella tradizione di fronte a una prova durissima. E Habermas, nonostante l'età avanzata, non si sottrasse al dibattito. Criticò apertamente le posizioni pacifiste che negavano all'Ucraina il diritto all'autodifesa, riconoscendo che il rifiuto aprioristico della forza, quando si è di fronte a un'aggressione, può diventare complice dell'aggressore.

Fu un passaggio cruciale. Il filosofo che aveva dedicato la vita alla forza dell'argomento migliore riconosceva che esistono momenti in cui le parole non bastano. Non era una contraddizione: era coerenza profonda con i suoi stessi principi. La democrazia, per Habermas, meritava di essere difesa. Anche con le armi, se necessario.

Questa presa di posizione si inseriva in una riflessione più ampia sulla crisi dell'Europa a guida tedesca. Habermas aveva criticato duramente, già durante la crisi dell'eurozona, l'austerità imposta da Berlino ai paesi del Sud Europa. Vedeva in quella politica una tradimento del progetto europeo, la riduzione dell'Unione a un meccanismo tecnocratico privo di legittimazione democratica. Stando a quanto emerge dai suoi ultimi scritti, la preoccupazione per un'Europa incapace di darsi una vera dimensione politica federale non lo aveva mai abbandonato.

Un pensiero che parla al presente {#un-pensiero-che-parla-al-presente}

Ci sono filosofi che appartengono al loro tempo e filosofi che lo anticipano. Habermas ha fatto entrambe le cose. La sua riflessione sul rapporto tra religione e democrazia, formulata vent'anni fa, è oggi più pertinente che mai, in un mondo attraversato da conflitti identitari e da un ritorno prepotente del sacro nella sfera pubblica. La sua analisi della sfera pubblica — concepita negli anni Sessanta — sembra scritta per l'epoca dei social media e della disintermediazione informativa.

E poi c'è il metodo. Habermas credeva nel dialogo razionale come pratica politica fondamentale. Non era ingenuità. Era la convinzione, maturata nell'esperienza della Germania postbellica, che le società aperte si costruiscono e si mantengono attraverso il confronto argomentato, non attraverso la sopraffazione.

La questione resta aperta: chi raccoglierà questa eredità? Il panorama intellettuale europeo appare oggi frammentato, privo di figure capaci di tenere insieme rigore teorico e impegno civile con la stessa intensità. La filosofia contemporanea perde con Habermas non solo un maestro, ma un modello di ciò che un intellettuale può e deve essere in una democrazia.

A 96 anni, Jürgen Habermas lascia un vuoto che non sarà facile colmare. Ma lascia anche, e soprattutto, un arsenale di idee con cui continuare a pensare il nostro tempo. Sta a noi — accademici, insegnanti, cittadini — decidere se farne uso.

Pubblicato il: 15 marzo 2026 alle ore 09:40