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Gen Z e maschilismo: lo studio Ipsos mostra perché alcuni ragazzi sono più conservatori dei Boomer

Una ricerca Ipsos e King’s College London mostra che una parte dei ragazzi della Gen Z esprime idee sui ruoli di coppia più tradizionaliste dei Boomer, segnalando come insicurezza economica, identità maschile e social media possano rafforzare stereotipi di genere.

Sommario

* Il dato che ha riacceso il dibattito su Gen Z e maschilismo * Chi ha realizzato la ricerca e come è stata condotta * I numeri più citati: “la moglie deve obbedire” e “l’ultima parola spetta al marito” * Non riguarda solo le donne: stereotipi su mascolinità, affetto e cura dei figli * Perché può succedere: insicurezza economica, identità e paura di perdere status * Social e algoritmi: come alcune narrazioni diventano “normali” * Differenze tra Paesi e limiti del sondaggio * Cosa può fare scuola e università: educazione alle relazioni e competenze digitali * Conclusione

Il dato che ha riacceso il dibattito su Gen Z e maschilismo

Per anni abbiamo associato la Generazione Z a una maggiore sensibilità verso temi sociali, inclusione e pari opportunità.

E in molti ambiti questa tendenza esiste davvero, il punto, però, è che il cambiamento non procede sempre in linea retta.

Una nuova rilevazione internazionale, pubblicata nei giorni che precedono l’8 marzo, mostra che una parte dei giovani uomini esprime idee sui ruoli di coppia e di famiglia che suonano più tradizionaliste di quanto ci aspetteremmo, e in alcuni casi persino più tradizionaliste rispetto agli uomini più maturi.

La notizia ha fatto il giro dei media soprattutto per una frase simbolo, “una moglie dovrebbe sempre obbedire al marito”, che molti davano per superata. Il dato non racconta “tutta” la Gen Z, né autorizza slogan facili sul tipo “i giovani sono tornati indietro”, però segnala un fatto interessante.

In una fase storica segnata da instabilità economica, polarizzazione e culture digitali molto aggressive, l’idea di mascolinità sembra diventare un terreno di conflitto, soprattutto tra alcuni ragazzi.

Chi ha realizzato la ricerca e come è stata condotta

La rilevazione è stata condotta da Ipsos in partnership con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London in occasione dell’International Women’s Day 2026.

Il campione complessivo è di circa 23.000 persone in 29 Paesi e il lavoro è stato realizzato tramite la piattaforma Ipsos Global Advisor tra 24 dicembre 2025 e 9 gennaio 2026.

Questa cornice è importante per due motivi: il primo è che i numeri di cui stiamo parlando non sono impressioni raccolte sui social, ma risposte a un questionario strutturato e presentato con grafici e metodologia. Il secondo, il sondaggio è “globale” e, come spesso accade, non tutti i Paesi hanno campioni equivalenti o ugualmente rappresentativi.

Nel documento metodologico, ad esempio, viene chiarito che alcuni campioni possono risultare più urbani o più istruiti rispetto alla popolazione complessiva, mentre diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno campioni considerati rappresentativi degli adulti sotto i 75 anni.

I numeri più citati: “la moglie deve obbedire” e “l’ultima parola spetta al marito”

Il dato che ha fatto più rumore riguarda l’idea dell’obbedienza. Secondo Ipsos e King’s College London, il 31% dei maschi Gen Z concorda con l’affermazione secondo cui “una moglie dovrebbe sempre obbedire al marito”.

Nel confronto generazionale, la quota tra i baby boomeruomini scende al 13%. In altre parole, nel campione globale i maschi Gen Z risultano circa il doppio più propensi dei boomer ad aderire a una visione gerarchica del matrimonio.

Non è l’unico indicatore, ed infatti, sempre tra i maschi Gen Z, il 33% afferma che il marito dovrebbe avere l’ultima parola sulle decisioni importanti.

Tra i baby boomer uomini, la quota riportata è 17%.

Anche qui, la distanza tra generazioni è netta e sorprendente, perché contraddice l’idea intuitiva secondo cui i più giovani dovrebbero essere automaticamente più “paritari” dei più anziani.

La ricerca, inoltre, aggiunge altri segnali nella stessa direzione: il 24% dei maschi Gen Z concorda con l’idea che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente o autosufficiente, e il 21% pensa che una “vera donna” non dovrebbe mai prendere l’iniziativa sessuale.

Sono frasi che funzionano come cartine al tornasole, perché misurano non solo opinioni astratte, ma la presenza di norme sociali implicite su controllo, autonomia e desiderio.

Non riguarda solo le donne: stereotipi su mascolinità, affetto e cura dei figli

Un errore comune è leggere questi dati solo come aspettative “imposte” alle donne.

Il report mostra invece un altro livello, quello degli stereotipi che riguardano gli uomini stessi; nel campione globale, diversi indicatori suggeriscono che per una parte dei ragazzi la mascolinità è ancora legata a regole rigide su emotività e cura.

Per esempio, tra i maschi Gen Z il 30% concorda con l’idea che un uomo non dovrebbe dire “ti voglio bene” ai propri amici, e il 21% pensa che gli uomini che si occupano dei figli siano meno mascolini.

Questo è un passaggio decisivo per capire il fenomeno, perché non è solo una questione di “controllo sulle donne”, ma anche di identità maschile costruita come performance continua.

Se il modello di uomo “accettabile” è quello che non mostra vulnerabilità, non fa cura, non condivide potere e decisioni, allora la relazione diventa un terreno di conferma dello status.

E quando lo status è percepito come fragile, quelle regole diventano ancora più seducenti, perché promettono ordine e appartenenza.

In questo senso, la frase più interessante non è soltanto “la moglie deve obbedire”.

È la combinazione tra controllo e paura, paura di non valere, paura di non essere riconosciuti, paura di non riuscire a “essere uomini” secondo un copione che la società, in molte forme, continua a suggerire.

Perché può succedere: insicurezza economica, identità e paura di perdere status

Tra le interpretazioni più citate dagli studiosi e dai commenti raccolti dai media c’è quella legata alla insicurezza socio-economica.

Il Guardian, che ha riportato la ricerca, cita il ricercatore Bobby Duffy del King’s College London, secondo cui tra i giovani uomini crescono frustrazioni e timori di perdita di posizione sociale.

Il rischio, in questo vuoto, è che messaggi polarizzanti trasformino l’uguaglianza di genere in un gioco a somma zero, come se i diritti delle donne fossero automaticamente una sottrazione per gli uomini.

Anche la direttrice del Global Institute for Women’s Leadership, la professoressa Heejung Chung, collega parte di queste dinamiche alla difficoltà crescente, per molti giovani, di realizzare i vecchi ruoli di “fornitore” e “protettore” legati alla mascolinità tradizionale, soprattutto in contesti dove casa, lavoro e stabilità sono meno accessibili.

Non è una spiegazione unica né totale, ma aiuta a capire perché il bisogno di certezze possa tradursi in norme più rigide, invece che in relazioni più paritarie.

Il report, inoltre, fa emergere un paradosso che racconta bene la confusione contemporanea.

Gli stessi maschi Gen Z che esprimono giudizi restrittivi sull’indipendenza femminile risultano anche tra i più propensi a dichiarare che le donne di successo siano più attraenti.

È una tensione tra desiderio di modernità e nostalgia di gerarchie.

Social e algoritmi: come alcune narrazioni diventano “normali”

A differenza di altre generazioni, la Gen Z cresce in un ambiente in cui l’identità si costruisce anche attraverso contenuti digitali continui.

Qui il punto non è demonizzare internet, ma riconoscere un meccanismo. Algoritmi, piattaforme e creator premiano spesso ciò che divide, semplifica e suscita reazioni immediate.

Se un ragazzo entra, anche per curiosità, in contenuti che parlano di “uomini contro donne”, “perdita di status”, “regole naturali”, può trovarsi in una bolla che rinforza quelle idee giorno dopo giorno.

È un ecosistema che non inventa da zero il sessismo, ma può renderlo più rapido, più quotidiano e più “presentabile”.

Per questo la questione non è solo culturale, ma anche educativa. Se la scuola e l’università non insegnano a leggere criticamente le narrazioni online, qualcun altro lo farà al posto loro, spesso con obiettivi molto diversi dal benessere degli studenti.

Differenze tra Paesi e limiti del sondaggio

Un altro punto da tenere fermo è che si tratta di una media su 29 Paesi. La stessa domanda sull’obbedienza, nel documento grafico, mostra forti differenze tra contesti nazionali.

Nella sintesi del report, vengono citati Paesi dove l’accordo è molto più alto e Paesi dove è molto più basso.

Questo significa che i risultati non vanno letti come un’etichetta unica sulla Gen Z, ma come un segnale di trend e di fratture culturali.

Anche sul piano metodologico serve attenzione. È un sondaggio, quindi misura dichiarazioni, non comportamenti reali.

È prezioso per capire il clima culturale, ma non basta da solo per spiegare cause e conseguenze.

Proprio per questo, la cosa più utile che possiamo fare è trattare questi dati come un campanello d’allarme e un punto di partenza per politiche educative, discussioni pubbliche e ulteriori studi qualitativi.

Cosa può fare scuola e università: educazione alle relazioni e competenze digitali

Se questi dati raccontano qualcosa, è che l’uguaglianza non è acquisita per sempre.

Serve manutenzione culturale. In termini educativi, questo significa dare spazio a tre competenze spesso trattate come “extra” ma che oggi sono centrali.

La prima riguarda l’educazione alle relazioni. Non come lezione moralistica, ma come alfabetizzazione emotiva e sociale, gestione della frustrazione, comunicazione, consenso, rispetto.

La seconda riguarda la media literacy, imparare a riconoscere retoriche manipolative, generalizzazioni e contenuti che alimentano rancore.

La terza riguarda il modello di mascolinità che proponiamo. Se l’unico copione disponibile è quello del controllo, molti ragazzi continueranno a sceglierlo, anche contro il proprio benessere.

Non a caso, Julia Gillard, ex premier australiana e chair del Global Institute for Women’s Leadership, ha commentato che queste aspettative “limitano le donne” ma allo stesso tempo intrappolano gli uomini in norme restrittive.

È un modo efficace per dirlo, perché evita la guerra di genere e mette al centro la libertà di tutti.

Conclusione

Il dato “una moglie dovrebbe obbedire al marito” è scioccante, ma non va trasformato in un titolo eterno sulla Generazione Z.

Quello che conta è la dinamica che i numeri suggeriscono. In un mondo instabile, una parte dei giovani uomini cerca sicurezza in gerarchie e regole rigide, e questa scelta viene spesso nutrita da narrazioni digitali che trasformano l’uguaglianza in una minaccia.

Prendere sul serio questi segnali significa fare una cosa molto concreta.

Smettere di pensare che il progresso sia automatico e investire, davvero, in educazione affettiva, pensiero critico e competenze digitali.

Perché la parità non è un’idea astratta, ma è un’abitudine sociale, e le abitudini si imparano.

Pubblicato il: 11 marzo 2026 alle ore 07:19