* Una storia vera, portata sul palcoscenico * Il lapsus che cambiò tutto * Libertà contro dogma: il cuore del conflitto * Il teatro come specchio dell'attualità * Perché questo spettacolo parla anche a noi
Una storia vera, portata sul palcoscenico {#una-storia-vera-portata-sul-palcoscenico}
C'è una domanda che attraversa l'intero spettacolo come una lama: cosa succede quando un figlio rinnega tutto ciò che una madre gli ha dato? Non i beni materiali, non un'eredità economica, ma qualcosa di più radicale. La libertà. Quella libertà occidentale, laica, conquistata giorno dopo giorno, offerta come il dono più grande che un genitore possa immaginare.
Al Teatro Parenti di Milano va in scena il dramma di Valeria Collina e di suo figlio Youssef Zaghba, uno dei tre attentatori che il 3 giugno 2017 seminarono morte e terrore sul London Bridge e nel Borough Market di Londra. Otto vittime, quarantotto feriti, tre terroristi abbattuti dalla polizia. Youssef era uno di loro.
Ma prima di diventare un nome nelle cronache del terrore, Youssef era il ragazzo di una donna italiana. Un figlio cresciuto tra due mondi, due culture, due visioni della vita che, nel suo caso, non hanno trovato sintesi. Solo collisione.
Il lapsus che cambiò tutto {#il-lapsus-che-cambio-tutto}
Lo spettacolo ricostruisce con precisione chirurgica i passaggi che hanno portato alla tragedia. Un momento chiave, quasi cinematografico nella sua drammaticità, è l'arresto di Youssef all'aeroporto di Istanbul. Fermato dalle autorità turche, il giovane si tradisce con quello che viene descritto come un _lapsus freudiano_, una frase sfuggita che rivela più di qualsiasi intercettazione.
È un dettaglio che dice molto. Perché il confine tra ciò che si pensa e ciò che si dice, tra l'intenzione e l'atto, è esattamente il terreno su cui si muove questo dramma. Valeria, sul palco, accusa il figlio di non saper più distinguere tra realtà e finzione, di essersi perso in una narrazione ideologica che ha sostituito il mondo reale con un universo di certezze assolute e violente.
Libertà contro dogma: il cuore del conflitto {#liberta-contro-dogma-il-cuore-del-conflitto}
Il nodo centrale della pièce è un dialogo, o meglio un tentativo di dialogo, tra due universi inconciliabili. Da una parte c'è Valeria, donna italiana, portatrice di una cultura che ha fatto della libertà individuale il proprio valore fondante. Dall'altra c'è Youssef, che ha abbracciato una versione rigida e totalizzante dell'Islam, un sistema di pensiero che nella rappresentazione scenica non lascia spazio al dubbio, alla sfumatura, al compromesso.
Non si tratta, va detto, di uno spettacolo che oppone semplicisticamente Occidente e Islam. La questione è più sottile. È la storia di una radicalizzazione, del processo attraverso cui un giovane uomo scivola verso l'estremismo sotto gli occhi di una madre che assiste impotente. È il racconto di un fallimento, quello dell'amore materno di fronte alla potenza seduttiva di un'ideologia che promette senso, appartenenza, purezza.
Valeria gli aveva dato tutto. Youssef ha scelto di prendere tutto il resto.
Il teatro come specchio dell'attualità {#il-teatro-come-specchio-dellattualita}
La scena milanese conferma una tendenza ormai consolidata: il teatro contemporaneo guarda sempre più spesso alla cronaca, alla storia recente, alle ferite aperte delle nostre società. Non per spettacolarizzare, ma per elaborare. Per dare forma artistica a traumi collettivi che il ciclo frenetico delle notizie tende a consumare e dimenticare in fretta.
È una direzione che si riscontra in diverse produzioni italiane di questa stagione. Al Teatro Massimo di Cagliari, lo spettacolo K.I.nd of Human affronta il rapporto tra intelligenza artificiale e umanità, interrogandosi su cosa significhi essere umani nell'era degli algoritmi. A Catania, invece, il Teatro Stabile ha reso omaggio a Giuseppe Fava con una mostra dedicata al centenario della sua nascita, ricordando un intellettuale che pagò con la vita il proprio impegno civile. Segno che le istituzioni culturali italiane sentono l'urgenza di stare dentro il proprio tempo, non accanto.
Il dramma di Valeria e Youssef si inserisce in questo solco. Portare sul palcoscenico l'attentato di Londra del 2017 non è un esercizio di memoria fine a sé stesso. È un atto politico nel senso più alto del termine: costringere il pubblico a guardare in faccia un fenomeno, quello della radicalizzazione giovanile, che non si è affatto esaurito.
Perché questo spettacolo parla anche a noi {#perche-questo-spettacolo-parla-anche-a-noi}
Sarebbe comodo relegare questa vicenda a un caso estremo, un'eccezione tragica che non ci riguarda. Ma il punto è esattamente l'opposto. Youssef Zaghba era italiano per parte di madre. È cresciuto in Italia. Ha frequentato scuole italiane. E nonostante questo, un giorno ha deciso che la sua vita doveva avere un altro scopo, un altro significato, un'altra fine.
Lo spettacolo al Teatro Parenti non offre risposte semplici, e fa bene. Non c'è un lieto fine, non c'è redenzione. C'è una madre che parla a un figlio che non può più rispondere, e in quel vuoto si apre una voragine che riguarda tutti: educatori, istituzioni, famiglie, comunità.
Stando a quanto emerge dalla messa in scena, il testo non cede mai alla tentazione del melodramma. La forza sta nella sobrietà, nella capacità di far emergere l'orrore attraverso il quotidiano, attraverso i gesti minimi di una relazione madre-figlio che si sgretola.
Milano, in questa stagione teatrale, si conferma palcoscenico privilegiato per produzioni che non temono di affrontare i nodi irrisolti della contemporaneità. Uno spettacolo da non perdere, non perché sia rassicurante, ma perché è necessario.