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Università, la sfida incompiuta delle leader femminili: quasi raddoppiate in dieci anni, ma il traguardo è lontano

58 dei 200 migliori atenei al mondo hanno una donna al vertice. Un dato che segna un progresso netto rispetto al 2019, quando la percentuale si fermava al 17%. Ma il quadro globale resta frammentato, e l'Italia fatica a tenere il passo.

* Il quadro globale: numeri in crescita, ma non ovunque * Dal 17% al 29%: cosa è cambiato in sei anni * Il caso olandese e il ritardo britannico * E l'Italia? Il nodo della governance accademica * Una trasformazione culturale ancora fragile

Il quadro globale: numeri in crescita, ma non ovunque {#il-quadro-globale-numeri-in-crescita-ma-non-ovunque}

58 delle 200 migliori università del mondo sono oggi guidate da donne. Il dato, riferito alle classifiche internazionali aggiornate al 2026, fotografa un cambiamento che sarebbe stato impensabile soltanto un decennio fa. Eppure, tradotto in percentuale, significa che poco meno del 30% degli atenei di vertice ha una donna al timone. Tre su dieci. Non esattamente una rivoluzione compiuta.

Stando a quanto emerge dai dati comparativi degli ultimi anni, il progresso è innegabile. Ma basta cambiare angolazione per cogliere la complessità della situazione: il ritmo del cambiamento varia enormemente da paese a paese, da sistema accademico a sistema accademico. E in molti contesti — compreso quello italiano — la parità di genere nell'istruzione superiore resta un obiettivo più dichiarato che praticato.

Dal 17% al 29%: cosa è cambiato in sei anni {#dal-17-al-29-cosa-e-cambiato-in-sei-anni}

Per misurare la portata della trasformazione basta un confronto. Nel 2019, solo il 17% delle università di alto livello aveva una donna alla guida. Oggi quella quota sfiora il 29%. In termini assoluti, il numero di leader femminili tra i principali atenei globali è quasi raddoppiato nell'arco di un decennio.

Dietro questi numeri ci sono dinamiche precise. L'attenzione crescente ai temi della diversità e dell'inclusione nelle politiche di governance universitaria ha spinto molti board e consigli accademici a riconsiderare i propri criteri di selezione. Parallelamente, una generazione di donne che ha costruito carriere accademiche di primo piano negli anni Novanta e Duemila ha raggiunto l'età e l'esperienza necessarie per accedere ai ruoli apicali.

Non si tratta, però, di un fenomeno spontaneo. In diversi paesi, interventi normativi e politiche attive hanno contribuito ad accelerare il processo. Quote di genere nei consigli di amministrazione, programmi di mentoring per le accademiche, criteri di valutazione che tengono conto dei percorsi di carriera non lineari: strumenti diversi, con risultati altrettanto diversi.

Il caso olandese e il ritardo britannico {#il-caso-olandese-e-il-ritardo-britannico}

Il panorama europeo offre contrasti illuminanti. Nei Paesi Bassi, più della metà delle università è oggi guidata da donne, un risultato che colloca il sistema olandese all'avanguardia mondiale su questo fronte. Una conquista non casuale: i Paesi Bassi hanno investito in modo sistematico su politiche di genere nell'accademia, con programmi come Aspasia e Vici che hanno sostenuto la carriera delle ricercatrici fin dagli anni Duemila.

Il Regno Unito, che pure si presenta spesso come campione di meritocrazia accademica, mostra un quadro meno brillante. Le donne rappresentano circa un terzo dei vertici universitari britannici. Un dato superiore alla media globale, certo, ma che stride con la retorica inclusiva di molti atenei d'Oltremanica. Come sottolineato da diversi osservatori, il problema non è tanto l'accesso alla carriera accademica — dove le donne sono ormai maggioranza tra i dottorandi — quanto la progressione verso i ruoli di vertice, che resta ostacolata da meccanismi strutturali e culturali ancora radicati.

Il divario tra i due modelli racconta qualcosa di importante: senza politiche deliberate e continuative, il gender gap in università non si colma per inerzia.

E l'Italia? Il nodo della governance accademica {#e-litalia-il-nodo-della-governance-accademica}

E il sistema universitario italiano dove si colloca in questa mappa? La risposta, purtroppo, non è incoraggiante. Le donne ai vertici delle università italiane restano una minoranza netta. Al momento della stesura di questo articolo, il numero di rettrici degli atenei statali italiani si conta sulle dita di poche mani.

Il paradosso è noto a chiunque frequenti il mondo accademico nazionale. Le studentesse rappresentano la maggioranza degli iscritti e dei laureati in Italia. Le donne sono in crescita anche tra i ricercatori e i professori associati. Ma il collo di bottiglia si manifesta nel passaggio agli ordinariati e, ancor più, nelle candidature ai ruoli di rettore.

La legge 240/2010 — la cosiddetta riforma Gelmini — ha ridisegnato la governance degli atenei senza introdurre meccanismi specifici di riequilibrio di genere nei ruoli apicali. I codici etici e gli statuti di molte università contengono dichiarazioni di principio sulla parità, ma gli strumenti concreti per tradurle in prassi sono spesso deboli o assenti. I Comitati Unici di Garanzia (CUG), istituiti presso ogni ateneo, svolgono un lavoro importante di monitoraggio e sensibilizzazione, ma raramente dispongono di poteri incisivi sulle procedure di selezione.

Qualcosa si muove, va detto. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha inserito la parità di genere tra le priorità trasversali, e il Ministero dell'Università ha promosso i Gender Equality Plan (GEP), resi obbligatori anche dall'Unione Europea per l'accesso ai fondi Horizon Europe. Resta da capire se questi strumenti produrranno effetti tangibili sulla composizione dei vertici o resteranno esercizi prevalentemente burocratici.

Una trasformazione culturale ancora fragile {#una-trasformazione-culturale-ancora-fragile}

Guardare ai numeri globali con ottimismo è legittimo. Il passaggio dal 17% al 29% in sei anni non è un dato trascurabile. Rappresenta, nei fatti, uno dei cambiamenti culturali più significativi nella storia recente dell'istruzione superiore.

Ma sarebbe ingenuo considerarlo irreversibile. Le conquiste in materia di leadership femminile in università non seguono traiettorie lineari. I cicli politici cambiano, le priorità si spostano, i backlash culturali sono sempre possibili. In alcuni paesi — si pensi agli Stati Uniti, dove il dibattito su diversity, equity and inclusion è diventato terreno di scontro politico — le politiche di promozione della diversità nelle istituzioni accademiche sono già sotto attacco.

C'è poi un aspetto che i numeri da soli non catturano: la qualità dell'esperienza di leadership delle donne al vertice degli atenei. Diverse ricerche indicano che le rettrici e le vice-chancellor donne affrontano livelli di scrutinio e aspettative superiori rispetto ai colleghi uomini, con margini di errore percepiti come più ridotti. Il cosiddetto glass cliff — la tendenza ad affidare a leader donne incarichi in situazioni particolarmente difficili o rischiose — è un fenomeno documentato anche nel mondo accademico.

Il dato delle 58 università su 200 racconta dunque una storia duplice. Da un lato, il segnale che le barriere non sono insormontabili. Dall'altro, il promemoria che la strada verso una rappresentanza equilibrata ai vertici dell'accademia globale è ancora lunga. E che, senza interventi strutturali, il rischio di una stagnazione è tutt'altro che teorico.

Per l'Italia, la sfida è doppia: colmare il ritardo accumulato rispetto ai partner europei più avanzati e costruire un sistema di governance universitaria che non lasci la parità di genere alla buona volontà dei singoli atenei. La questione, come si dice in questi casi, resta aperta.

Pubblicato il: 15 marzo 2026 alle ore 13:55