Il Regno Unito ha fissato un obiettivo esplicito: portare l'export formativo a 40 miliardi di sterline entro il 2030. Nello stesso periodo l'Italia si è mossa nella direzione opposta. La quota di studenti internazionali nelle università italiane è scesa dal 5,6% al 4,8% tra il 2018 e il 2023, contro una media OCSE salita al 7,4%.
Cosa chiede oggi il mercato globale della formazione
Un editoriale pubblicato il 28 settembre 2026 sulla testata specializzata The PIE News, firmato da Gaganjot Kaur, sostiene che il modello che ha retto per decenni, cioè il branch campus fisico e il reclutamento diretto di studenti da portare in Occidente, è arrivato al capolinea. I Paesi che stanno investendo in capacità formativa, dall'Arabia Saudita di Vision 2030 alle economie del Golfo, non vogliono più programmi occidentali chiavi in mano trapiantati in loco. Chiedono di co-progettare corsi accreditati con le università estere, allineati alle proprie cornici nazionali di qualifica, con percorsi ibridi che permettano allo studente di iniziare da casa.
L'esempio citato è il GlobalFlex della San Diego State University: parte del percorso online nel Paese di origine, l'ultima fase in presenza in California. Meno costi di vita per lo studente, meno pratiche di visto per l'ateneo, stessa qualità del titolo. È il segnale che l'infrastruttura del 2030 sarà fatta di partnership, non di edifici.
I numeri che raccontano la posizione italiana
Il country note italiano di Education at a Glance 2025 dell'OCSE, pubblicato il 9 settembre 2025, misura l'ampiezza del divario. Nel 2023 la quota di studenti internazionali nel sistema terziario italiano si è fermata al 4,8%, in calo rispetto al 5,6% del 2018. Nello stesso arco la media OCSE è salita dal 6% al 7,4%. L'Italia è uno dei pochi Paesi dell'area OCSE in cui la percentuale è scesa, non aumentata.
Il dato pesa se lo si legge accanto agli obiettivi degli altri Paesi. Il Regno Unito punta ai 40 miliardi di sterline di export formativo, l'Arabia Saudita, secondo i dati dell'autorità nazionale SDAIA citati nell'editoriale The PIE News, ha visto le offerte di lavoro nell'ambito dell'intelligenza artificiale crescere del 54% l'anno tra il 2018 e il 2022, con la platea di lavoratori qualificati in espansione del 51% l'anno. Sono economie che nel prossimo decennio compreranno migliaia di posti di formazione accreditata, in loco o ibrida. L'Italia oggi non è nel giro.
L'Erasmus resta il pezzo che tiene. Il rapporto Indire per il 2023 conta 43.792 mobilità italiane in uscita, +9% sul 2022, e colloca l'Italia al quarto posto in UE per studenti in mobilità e al secondo per accoglienza. È un capitale relazionale importante, ma è mobilità di breve periodo dentro programmi europei: non è export formativo strutturato e non genera i ricavi che UK, Australia e Canada mettono a bilancio.
Il modello di co-creazione esiste già, a Torino e a Milano
Il paradosso è che i due esempi italiani più chiari di quello che l'editoriale internazionale chiama co-creazione ci sono già, e da anni. La Turin Polytechnic University in Tashkent è stata fondata nel 2009 dal Politecnico di Torino insieme al ministero uzbeko dell'istruzione superiore, a UZAVTOSANOAT e a General Motors. Oggi ha 1.500 studenti iscritti, offre lauree triennali e magistrali basate sui programmi PoliTo, con corsi tenuti in parte da docenti torinesi e in parte da docenti uzbeki formati a Torino, e rilascia doppio titolo. È un'istituzione indipendente di diritto uzbeko, non un branch campus.
Il Politecnico di Milano ha aperto nel 2019 la XJTU-POLIMI Joint School dentro il campus iHarbour di Xi'an, in Cina, in partnership con la Xi'an Jiaotong University. È strutturata come joint school con doppio titolo, non come sede distaccata. Sono due impianti che seguono esattamente il paradigma indicato nell'editoriale The PIE News: partner locale, curricula co-progettati, qualifica accreditata sui due lati.
Cosa manca per farne un sistema
I casi Tashkent e Xi'an restano iniziative isolate dei due Politecnici, non tasselli di una strategia paese. Manca la regia che il MUR ha provato ad avviare con i progetti PNRR di Transnational Education, ma senza una cabina unica con MAECI e atenei sul modello inglese. Senza quella regia ogni ateneo si muove in ordine sparso e i numeri di sistema restano quelli dell'OCSE: 4,8%, in discesa. Se l'obiettivo è agganciare il decennio della co-creazione, il punto di partenza sono i due impianti che già funzionano, e la domanda vera è perché in dieci anni non se ne siano aperti altri dieci.