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Il 73% dei college USA perde ricavi: l'Italia può intercettare la fuga?

Il 73% dei college USA perde ricavi per il calo di iscritti dall'estero. L'Italia ha raddoppiato in 6 anni ma resta al 5,4%: cosa manca per crescere.

Il 73% dei senior leader dei college statunitensi segnala ricavi in calo per la contrazione degli studenti internazionali. Lo rileva il Sondaggio Pulse Point Fall 2026 dell'American Council on Education, condotto tra il 13 e il 31 luglio 2026 su 328 dirigenti accademici, di cui 109 presidenti di ateneo. Un segnale che cambia gli equilibri dell'attrattività globale, con effetti diretti anche sugli atenei europei.

Cosa dice il sondaggio ACE

Il 49% dei rispondenti indica la sostenibilità finanziaria a lungo termine come la priorità più pressante per il proprio ateneo, con oltre due su dieci in preoccupazione estrema. Sul fronte migratorio, il 63% dei leader (38% estremamente, 25% moderatamente) è preoccupato per le restrizioni sui visti e le revoche dei permessi di studio.

Tra i presidenti degli atenei pubblici quadriennali, il 62% collega i tagli ai finanziamenti federali a una riduzione dei ricavi e più di uno su tre parla di rallentamento della produzione scientifica. L'85% dei presidenti dichiara che il clima politico attuale ha inciso sulla capacità di erogare aiuti finanziari. Nei college più esposti si sommano tagli di programmi (9%), fusioni interne e riduzione delle borse di studio (11%). L'ordine esecutivo del 16 dicembre 2025, che restringe l'accesso da 39 paesi, ha reso il quadro ancora più incerto per l'anno accademico in corso.

Il boom mancato dell'Italia

La stima di NAFSA per l'anno accademico 2026-27 parla di 111.000 studenti internazionali in meno negli Stati Uniti, con una perdita economica diretta di 3,4 miliardi di dollari e quasi 40.000 posti di lavoro cancellati. Un flusso che apre uno spazio competitivo per i sistemi universitari alternativi in Europa, Canada e Australia.

L'Italia ha già dimostrato di poter attrarre: secondo i dati MUR sugli studenti internazionali in entrata gli iscritti stranieri negli atenei nazionali sono passati da 52.493 nel 2018-19 a 111.566 nel 2024-25, più del doppio in sei anni. Ma pesano ancora solo il 5,4% dei circa 2 milioni di iscritti totali. Nella classifica IIE Open Doors 2024-25, l'Italia figura fra i paesi che hanno raggiunto il record storico di studenti mandati negli Stati Uniti, mentre nella direzione inversa continua a giocare in seconda fascia europea.

Il paradosso è netto: la quota italiana cresce in valore assoluto ma sul totale globale resta marginale. Se anche solo il 10% dei 111.000 studenti in cerca di alternative dovesse scegliere l'Europa, si parlerebbe di oltre 11.000 iscritti aggiuntivi da spartire in un anno. Le economie universitarie di Berlino, Amsterdam, Barcellona e Parigi hanno già investito in campagne di reclutamento dedicate ai bacini indiano e cinese, i due principali serbatoi di studenti scoraggiati dagli USA. L'Italia, con la sua offerta ancora frammentata, rischia di restare al margine di questo riassestamento.

Le tre leve che mancano al sistema italiano

Per intercettare davvero questa domanda servono tre condizioni oggi carenti. La prima è l'alloggio: la penuria di posti letto negli studentati resta il principale ostacolo segnalato dagli iscritti stranieri, e il piano PNRR sui posti letto universitari avanza a rilento. La seconda è l'offerta didattica in inglese: i corsi di laurea magistrale interamente in inglese sono ancora una minoranza, concentrati in pochi atenei del Nord e quasi assenti nelle discipline umanistiche.

La terza è la procedura visto: i tempi di rilascio e la mancanza di coordinamento fra ambasciate, questure e atenei restano un collo di bottiglia riconosciuto anche dal MUR. I dati sugli studenti in ingresso mostrano un divario territoriale netto: Bologna, Milano e Torino assorbono il grosso dei nuovi iscritti, mentre gran parte del Sud resta esclusa dalla mobilità internazionale nonostante l'offerta di borse regionali.

La finestra di opportunità è aperta per due o tre cicli accademici. Se le università italiane vogliono chiudere il gap con Germania e Paesi Bassi, devono agire ora su alloggi, inglese e visti, prima che gli studenti in cerca di alternative agli USA scelgano definitivamente altrove.

Pubblicato il: 17 settembre 2026 alle ore 17:23