Il Fondo di finanziamento ordinario per le università sale a 9,415 miliardi di euro nel 2026, con un incremento nominale di 25,6 milioni rispetto al 2025. Uno 0,27% in più su base annua, un decimo dell'inflazione italiana acquisita per il 2026, ferma al 2,7% secondo ISTAT.
I numeri del riparto Bernini
Il decreto ministeriale n. 982 del 29 luglio 2026, firmato dal Ministro Anna Maria Bernini, distribuisce il FFO tra 61 atenei statali e sei scuole superiori. La Sapienza resta il primo ateneo per finanziamento con 555,1 milioni, seguita da Bologna (464,1 milioni), Federico II di Napoli (408,2 milioni), Padova (395,9 milioni) e Torino (347,3 milioni). Nessun ateneo perde risorse rispetto al 2025.
Sugli incrementi annuali si distinguono l'Università per Stranieri di Siena, il Politecnico di Bari, la Politecnica delle Marche, la Parthenope di Napoli e Catanzaro, tutti al +5%. Fra le scuole superiori guidano IMT Lucca e Gran Sasso Science Institute, sempre al +5%. Il MUR ha introdotto anche una linea per finanziare progetti strategici degli atenei, senza però comunicare l'importo dedicato.
L'aumento nominale contro l'inflazione reale
Il +26% raccontato dal Ministero è calcolato in valore nominale rispetto al 2019, quando il fondo valeva 7,45 miliardi (DM 738/2019). Nello stesso periodo l'indice dei prezzi al consumo NIC dell'ISTAT è cresciuto di circa 22-23 punti, per effetto soprattutto della fiammata 2022 (+8,1%) e 2023 (+5,7%). Il differenziale reale, scorporata l'inflazione cumulata, si riduce a meno di quattro punti in sette anni: sotto lo 0,5% di crescita annua a valori costanti (Comunicato ISTAT prezzi al consumo).
Sull'anno il divario è ancora più netto. I 25,6 milioni in più valgono lo 0,27% del FFO 2025, mentre l'inflazione acquisita 2026 è pari al 2,7%: un rapporto di uno a dieci fra risorse aggiuntive e potere d'acquisto perso. La CRUI ha comunque dato parere pienamente favorevole al riparto; ANVUR e Consiglio nazionale degli studenti universitari hanno rilasciato i propri pareri prima della firma.
Guardando alle scuole universitarie superiori, la crescita percentuale appare spettacolare solo a occhio nudo. Lo IUSS di Pavia registra +214,3% dal 2019 e il GSSI +90,3%, ma partono da basi assolute molto contenute. Su volumi di poche decine di milioni, un raddoppio produce meno cassa aggiuntiva di quanto ne muova, in valore assoluto, un +2% nei grandi atenei generalisti.
Il conto pro capite: 4.593 euro per studente
Rapportando il fondo agli iscritti il quadro cambia ancora. Gli studenti nelle università italiane sono 2.050.112 nell'anno accademico 2024/25 secondo l'anagrafe MUR, con un incremento del 16,9% rispetto al 2018/19: 296 mila in più, di cui quasi due terzi assorbiti dagli atenei telematici. Dividendo il fondo 2026 per gli iscritti attuali si ottengono 4.593 euro medi per studente, contro i 4.246 euro del 2019: +8,2% nominale che, misurato con l'inflazione cumulata, diventa un calo reale di circa dodici punti.
Il segnale più critico riguarda gli atenei di media dimensione con forte crescita di iscritti nell'ultimo lustro. Foggia registra un +58,6% cumulato dal 2019 e Bergamo un +48,9%, ma questi incrementi coprono un aumento significativo della popolazione studentesca locale. Il valore per iscritto tende quindi a scendere anche dove la crescita nominale del FFO sembra sostenuta.
Per gli atenei mantenere gli stessi servizi con meno risorse effettive è un compito arduo, mentre il turnover del personale docente e i costi energetici hanno già assorbito buona parte degli incrementi degli ultimi tre anni. Per gli studenti, il rischio pratico è un peggioramento del rapporto studenti/docenti e una compressione di tutor, aule e laboratori, particolarmente sentita negli atenei che crescono in iscritti ma non nella quota di fondo.
Il prossimo passaggio è la ripartizione delle quote premiali e delle assegnazioni PNRR residue, attesa nell'autunno 2026. Sarà lì che si capirà se il sistema riesce almeno a compensare l'erosione reale accumulata dal 2019.