Il 28 settembre gli studenti dell'Università Allameh Tabatabai di Teheran hanno indetto un nuovo sciopero contro l'obbligo del velo, le rette universitarie e la repressione politica. La protesta è ripresa a otto mesi dalle mobilitazioni di gennaio 2026, mentre è ancora in corso la guerra tra Iran e Stati Uniti iniziata il 28 febbraio e mentre proseguono le esecuzioni di manifestanti.
Le richieste degli studenti dell'Allameh Tabatabai
La mobilitazione ruota attorno a quattro rivendicazioni: la fine dell'hijab obbligatorio, il rilascio dei compagni detenuti nelle proteste precedenti, la riduzione delle rette universitarie e il miglioramento delle condizioni di vita nei campus, dai dormitori alle mense. Gli studenti hanno scandito slogan come 'morte alla tirannia, all'hijab e alla polizia morale' e hanno accusato il regime di doppiezza: 'Parlano di dialogo, ma le loro armi sono puntate su di noi'. L'Allameh Tabatabai è uno dei principali atenei pubblici iraniani, specializzato in scienze sociali. La protesta si è estesa a più città, spinta anche dall'inflazione a due cifre e dal crollo del rial, la valuta nazionale, che negli ultimi mesi ha toccato nuovi minimi storici, aggravati dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti sulle esportazioni di petrolio iraniano.
Centinaia di studenti hanno preso parte alla manifestazione secondo le testimonianze raccolte dai media internazionali. La ripresa segue mesi di apparente calma imposta dalla stretta repressiva delle settimane successive alle proteste di gennaio. Le forze di sicurezza iraniane hanno risposto rafforzando i posti di blocco e le pattuglie motorizzate in tutta la capitale.
La repressione si intensifica
Durante la manifestazione, membri della milizia Basij hanno mostrato agli studenti sacchi neri, i cosiddetti 'goni' usati per trasportare corpi, un gesto letto dai presenti come minaccia esplicita. Il 30 settembre la magistratura iraniana ha annunciato l'esecuzione per impiccagione di due giovani, Ali Hemmati e Majid Nik-Andish, condannati per la morte di quattro agenti di sicurezza avvenuta a Mashhad durante le proteste di gennaio. La sentenza è stata confermata dalla Corte Suprema. Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Iran Human Rights, denunciano che i due sarebbero stati condannati sulla base di confessioni estorte sotto tortura, in procedimenti privi delle garanzie processuali minime. Le università iraniane hanno una lunga storia di mobilitazione: il precedente più citato è quello del luglio 1999, quando le proteste studentesche furono represse con un raid notturno nei dormitori di Teheran, seguito nel 2022 dalla rivolta scoppiata dopo la morte in custodia di Mahsa Amini.
Per gli atenei italiani che mantengono accordi di scambio con università iraniane, il quadro conferma i rischi che corrono studenti e docenti che partecipano alle proteste, e la difficoltà crescente di garantire libertà accademica in un Paese dove la contestazione universitaria viene trattata come reato contro la sicurezza dello Stato. Le prossime settimane diranno se la mobilitazione si estenderà oltre l'ateneo di scienze sociali o se rientrerà sotto il peso della nuova ondata repressiva.