Sommario
* Che cos'è Yuka e come funziona * L'algoritmo dei 100 grammi e i suoi limiti * Made in Italy sotto accusa: i punteggi che fanno discutere * L'interrogazione parlamentare e la reazione della politica * Confagricoltura e l'Antitrust: una battaglia iniziata nel 2022 * Le promesse di Yuka e i dubbi irrisolti * Un nodo ancora aperto per il sistema agroalimentare italiano
Che cos'è Yuka e come funziona
Basta inquadrare il codice a barre di un prodotto al supermercato per ottenere un verdetto istantaneo sulla sua salubrità. È il meccanismo alla base di Yuka, applicazione francese lanciata nel 2017 e oggi disponibile in cinque lingue. I numeri parlano di un fenomeno globale: 80 milioni di utenti nel mondo, di cui circa 8 milioni soltanto in Italia, un bacino enorme di consumatori che affidano le proprie scelte alimentari a uno schermo. L'app è attiva in 12 Paesi, tra cui Regno Unito, Svizzera, Belgio, Spagna, Francia, Stati Uniti, Canada, Australia, Irlanda, Germania e Lussemburgo. Un dettaglio, però, merita attenzione: Yuka non è autorizzata né in Italia né a livello europeo come strumento ufficiale di valutazione nutrizionale. Opera liberamente sul mercato delle applicazioni mobili, senza alcun riconoscimento da parte delle autorità sanitarie. Il suo successo si fonda sulla semplicità d'uso e sulla crescente domanda di trasparenza alimentare da parte dei consumatori, un bisogno legittimo che trova in questa app una risposta rapida, ma non necessariamente accurata. La popolarità di Yuka, insomma, è inversamente proporzionale alla complessità del tema che pretende di affrontare.
L'algoritmo dei 100 grammi e i suoi limiti
Il cuore di Yuka è un algoritmo che valuta la salubrità di un alimento analizzando tre parametri fondamentali: il contenuto di grassi, sale e zucchero. Fin qui nulla di sorprendente, se non fosse che la valutazione viene calcolata su una monoporzione standard di 100 grammi. Questo approccio, apparentemente oggettivo, nasconde una distorsione significativa. Nessuno consuma 100 grammi di aceto balsamico in una sola volta, così come è improbabile che qualcuno mangi un etto di sale grosso a colazione. Eppure l'algoritmo non distingue tra un condimento usato a gocce e un piatto principale consumato in porzioni abbondanti. Il sistema si basa in parte sul _Nutri-Score_, il controverso sistema di etichettatura a semaforo di origine francese che l'Italia ha sempre osteggiato in sede europea, preferendo il modello _NutrInform Battery_. La differenza di approccio non è marginale: mentre il Nutri-Score classifica gli alimenti come buoni o cattivi in termini assoluti, il sistema italiano tiene conto delle quantità effettivamente consumate e del contesto dietetico complessivo. L'algoritmo di Yuka, semplificando radicalmente la complessità della nutrizione, rischia dunque di trasformare uno strumento informativo in una sentenza senza appello.
Made in Italy sotto accusa: i punteggi che fanno discutere
I verdetti di Yuka sui prodotti italiani più celebri hanno sollevato un'ondata di indignazione. L'Aceto Balsamico di Modena, eccellenza riconosciuta in tutto il mondo, viene etichettato come "troppo dolce" e classificato con una salubrità "scarsa", con un punteggio di appena 20 su 100. La situazione peggiora ulteriormente scorrendo la lista: la Bresaola della Valtellina IGP, uno degli insaccati più magri e proteici della tradizione italiana, si ferma a un desolante 7 su 100. Il colpo più duro lo incassa la Mortadella Bologna IGP, che ottiene uno spietato 0 su 100, come se si trattasse di un prodotto tossico anziché di un salume con secoli di storia e una certificazione europea. Questi punteggi colpiscono prodotti che portano marchi DOP e IGP, garanzie di qualità e tracciabilità rilasciate dall'Unione Europea stessa. Il paradosso è evidente: un'app priva di qualsiasi riconoscimento istituzionale si arroga il diritto di bocciare alimenti certificati dalle massime autorità europee. Le imprese del settore agroalimentare italiano guardano a questi numeri con crescente allarme, consapevoli che milioni di consumatori potrebbero rinunciare a prodotti di qualità sulla base di un giudizio algoritmico discutibile.
L'interrogazione parlamentare e la reazione della politica
La questione è approdata nelle aule parlamentari. Mirco Carloni, presidente della Commissione Agricoltura della Camera e deputato della Lega, ha presentato un'interrogazione parlamentare indirizzata a tre ministri: Francesco Lollobrigida (Agricoltura), Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy) e Orazio Schillaci (Salute). Il coinvolgimento di tre dicasteri rivela la portata trasversale del problema, che tocca simultaneamente la tutela del patrimonio agroalimentare, la competitività delle imprese italiane e la corretta informazione sanitaria dei cittadini. Carloni ha definito l'app "pericolosa, fuorviante e antiscientifica", sottolineando come un sistema di valutazione così semplicistico possa arrecare danni concreti all'economia italiana. Non si tratta di una posizione isolata. Il mondo produttivo italiano è compatto nel denunciare i rischi di uno strumento che, senza alcuna supervisione scientifica indipendente, orienta le scelte di milioni di persone. La preoccupazione non riguarda soltanto l'orgoglio nazionale, ma la sopravvivenza economica di filiere che danno lavoro a centinaia di migliaia di persone e che rappresentano una quota significativa del PIL italiano.
Confagricoltura e l'Antitrust: una battaglia iniziata nel 2022
Tra i primi a intuire i pericoli connessi a Yuka c'è stata Confagricoltura, che già nel 2022 presentò un esposto all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). L'organizzazione agricola denunciò il rischio che i giudizi sommari dell'app potessero configurare una forma di concorrenza sleale ai danni dei produttori italiani. L'Antitrust accolse le segnalazioni e avviò un'istruttoria che portò a risultati significativi. L'Autorità rilevò criticità nei giudizi espressi da Yuka, evidenziando in particolare la scarsa chiarezza del metodo di valutazione adottato. I punteggi assegnati ai prodotti, secondo l'AGCM, non fornivano ai consumatori informazioni sufficienti per comprendere su quali basi scientifiche si fondassero le classificazioni. L'intervento dell'Antitrust rappresentò un primo argine istituzionale, ma non una soluzione definitiva. Il procedimento si concluse con impegni assunti dalla società francese, senza tuttavia sfociare in un divieto di operatività sul territorio italiano. Il caso sollevato da Confagricoltura resta comunque un precedente importante, che ha messo nero su bianco le falle metodologiche di un'applicazione capace di influenzare milioni di decisioni d'acquisto.
Le promesse di Yuka e i dubbi irrisolti
A seguito dell'intervento dell'Antitrust, Yuka annunciò pubblicamente l'impegno a modificare l'applicazione. Le promesse erano chiare: eliminare i toni allarmistici, abbandonare i giudizi assolutistici e introdurre parametri che tenessero conto dello stile di vita del consumatore e dei suoi bisogni alimentari individuali. Un impegno ambizioso, almeno sulla carta. Ma a distanza di tempo, la domanda resta legittima: è stato davvero così? I punteggi assegnati ai prodotti italiani suggeriscono che poco sia cambiato nella sostanza. Una mortadella a zero punti non lascia spazio a sfumature, né tiene conto del fatto che quel salume possa essere consumato occasionalmente, in quantità moderate, all'interno di una dieta equilibrata. Il problema di fondo rimane strutturale: un algoritmo basato su tre parametri e su una porzione fissa di 100 grammi non può restituire la complessità della nutrizione umana. La scienza dell'alimentazione considera decine di variabili, dal metabolismo individuale all'attività fisica, dalla combinazione degli alimenti alla frequenza di consumo. Ridurre tutto a un numero tra zero e cento è un'operazione che semplifica, certo, ma che al tempo stesso distorce profondamente la realtà.
Un nodo ancora aperto per il sistema agroalimentare italiano
La vicenda Yuka mette in luce una tensione irrisolta tra innovazione digitale e tutela delle eccellenze alimentari. Da un lato, i consumatori hanno diritto a strumenti che li aiutino a compiere scelte informate. Dall'altro, quegli strumenti devono fondarsi su basi scientifiche solide e su metodologie trasparenti, non su algoritmi opachi che penalizzano interi comparti produttivi. Il settore agroalimentare italiano, che vale oltre 180 miliardi di euro e rappresenta una delle colonne portanti dell'economia nazionale, non può essere giudicato da un'app senza mandato istituzionale. L'interrogazione parlamentare di Carloni potrebbe aprire la strada a interventi normativi più incisivi, magari a livello europeo, per regolamentare le applicazioni che si propongono come guide nutrizionali senza possedere le credenziali scientifiche necessarie. Nel frattempo, il consiglio per i consumatori resta quello di sempre: informarsi da fonti autorevoli, consultare professionisti della nutrizione e diffidare dei giudizi troppo netti. La qualità di un alimento non si misura con un punteggio. Si valuta nel contesto di una dieta complessiva, di una cultura gastronomica millenaria e di standard produttivi che, nel caso italiano, sono tra i più rigorosi al mondo.