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Sovranità digitale europea, Zingaretti porta a Bruxelles i big italiani delle Tlc: "I dati sono il nuovo carbone"

A Bruxelles oltre 200 operatori italiani delle telecomunicazioni si confrontano sul Digital Networks Act. Zingaretti: "L'Europa non può regalare ad altri la propria ricchezza digitale".

Sommario

* L'evento di Bruxelles e il nodo della sovranità tecnologica * Le voci dei grandi operatori: TIM, Fastweb+Vodafone, Iliad e Orange * Il ruolo delle autorità di regolazione e il bilanciamento tra concorrenza e investimenti * I dati come nuovo carbone: la sfida politica dietro il Digital Networks Act

L'evento di Bruxelles e il nodo della sovranità tecnologica

Oltre duecento operatori del settore delle telecomunicazioni italiani si sono ritrovati a Bruxelles per un appuntamento che ha messo al centro una domanda tanto semplice quanto dirompente: l'Europa può ancora permettersi di dipendere quasi totalmente da tecnologie digitali sviluppate altrove? L'incontro, intitolato _"Verso la sovranità digitale europea. Digital Networks Act: investimenti, sicurezza e resilienza"_, è stato promosso da Nicola Zingaretti, capo delegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, e ha visto la partecipazione di esponenti della Commissione europea, del Parlamento europeo, delle autorità di regolazione e dei principali player del mercato italiano ed europeo delle telecomunicazioni. Il cuore della discussione ruotava attorno al Digital Networks Act, la proposta legislativa con cui l'Unione intende rafforzare il mercato unico delle telecomunicazioni, attrarre investimenti e garantire maggiore sicurezza delle infrastrutture digitali. Zingaretti non ha usato mezzi termini: "L'Europa regala ad altre economie la ricchezza digitale che produce. Non è più possibile". Un'affermazione che fotografa un dato strutturale ormai noto agli addetti ai lavori ma ancora poco presente nel dibattito pubblico: le grandi piattaforme digitali che gestiscono dati, cloud e intelligenza artificiale sono quasi interamente extraeuropee. Il capo delegazione PD ha tracciato un parallelo storico che ha colpito la platea. "Stiamo entrando nelle celebrazioni dei settant'anni dei Trattati di Roma. Allora l'Europa nacque dal coraggio di una classe dirigente che scelse di unirsi intorno alla risorsa strategica di quel tempo, il carbone. Oggi la risorsa strategica sono i dati, le reti e le tecnologie digitali. Serve lo stesso coraggio." Un richiamo alla visione fondativa dell'integrazione europea che suona come un invito a ripensare radicalmente la politica industriale del continente. Il messaggio politico è chiaro: senza una strategia industriale del digitale che favorisca la nascita di campioni europei, sostenga la ricerca e il trasferimento tecnologico e costruisca un vero mercato unico delle reti, l'Europa rischia di restare spettatrice della rivoluzione tecnologica in corso, dopo aver già mancato quella digitale degli ultimi due decenni. Un rischio che, secondo Zingaretti, non riguarda solo la competitività economica ma investe direttamente la qualità della democrazia europea di fronte a oligopoli globali che "puntano ad avere mano libera nella gestione dei dati".

Le voci dei grandi operatori: TIM, Fastweb+Vodafone, Iliad e Orange

Se la cornice politica dell'evento era ambiziosa, le posizioni espresse dai vertici delle principali aziende di telecomunicazioni hanno aggiunto sostanza industriale al dibattito. Pietro Labriola, CEO del Gruppo TIM, ha posto l'accento su un punto che attraversa trasversalmente tutto il settore: senza un quadro regolatorio che rimetta al centro gli investimenti nelle infrastrutture, non ci saranno né innovazione né sovranità tecnologica. "Il Digital Networks Act sarà credibile solo se saprà rafforzare davvero la competitività del settore e costruire regole moderne, semplici e uguali per tutti", ha dichiarato Labriola, sottolineando la necessità di attrarre capitali e dare all'Europa una base infrastrutturale all'altezza delle sue ambizioni. Il CEO di TIM ha insistito su un concetto chiave: la credibilità della proposta legislativa si misurerà sulla capacità di tradursi in strumenti concreti per il rilancio degli investimenti, non in ulteriori strati di burocrazia regolatoria. Una posizione condivisa, pur con sfumature diverse, da Walter Renna, CEO di Fastweb+Vodafone, che ha spostato il fuoco sulla concorrenza tra operatori infrastrutturati. Per Renna il Digital Networks Act può funzionare come "un vero motore per gli investimenti nelle reti in fibra", a patto che si evitino extra-profitti sulle reti in rame e si privilegi l'accesso ai servizi passivi in fibra, inclusa la fibra spenta. Una posizione tecnica che traduce una visione precisa: la competizione sana passa dalla costruzione di infrastrutture proprie, non dalla rendita su quelle esistenti. Dal canto suo, Benedetto Levi, Amministratore Delegato di Iliad Italia, ha insistito sulla necessità di un level playing field autentico: "Una maggiore armonizzazione è un passo nella giusta direzione, ma resta fondamentale garantire una competizione equa". Per Iliad, operatore che ha costruito la propria identità sulla pressione competitiva e sui prezzi accessibili, la semplificazione delle regole non deve tradursi in vantaggi per gli incumbent a scapito dei nuovi entranti. Infine, Mari-Noëlle Jégo-Laveissière, CEO di Orange Europe, ha portato la prospettiva di un grande operatore continentale, chiedendo una "reale modernizzazione e semplificazione delle regole esistenti" come condizione per garantire reti innovative, solide e resilienti.

Il ruolo delle autorità di regolazione e il bilanciamento tra concorrenza e investimenti

A chiudere il cerchio delle posizioni espresse a Bruxelles è stato Giacomo Lasorella, Presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), il cui intervento ha messo in luce la tensione di fondo che attraversa l'intero dibattito sul Digital Networks Act: come conciliare l'ambizione di rilanciare investimenti e competitività con la tutela della concorrenza e dei diritti degli utenti. Lasorella ha riconosciuto il valore dell'iniziativa legislativa europea, dichiarando che "AGCOM accoglie con favore l'ambizione del Digital Networks Act di allargare lo sguardo alle nuove modalità di fornitura delle reti digitali". Tuttavia, ha aggiunto un caveat significativo: i nuovi obiettivi devono essere perseguiti "in modo bilanciato" con quelli della concorrenza infrastrutturale di lungo periodo e della protezione dei cittadini europei. È un punto cruciale. Il rischio, avvertito da più parti, è che la spinta verso la creazione di "campioni europei" delle telecomunicazioni possa tradursi in un allentamento delle regole sulla concorrenza, con effetti negativi sui consumatori in termini di prezzi e qualità del servizio. Il mercato italiano delle telecomunicazioni, del resto, offre un caso di studio emblematico: la concorrenza intensa degli ultimi anni ha portato a un calo significativo dei prezzi per gli utenti, ma ha anche compresso i margini degli operatori, rendendo più difficile finanziare i massicci investimenti necessari per il dispiegamento delle reti di nuova generazione. Secondo le stime più recenti, l'Europa avrebbe bisogno di investimenti per circa 174 miliardi di euro entro il 2030 per raggiungere gli obiettivi di connettività del _Digital Decade Programme_. Una cifra che il solo settore privato difficilmente potrà sostenere senza un quadro normativo favorevole e, probabilmente, senza forme di sostegno pubblico. La posizione di AGCOM riflette dunque una preoccupazione legittima: il Digital Networks Act non può essere un assegno in bianco per il consolidamento del settore, ma deve costruire un equilibrio tra la necessità di scala e la protezione del mercato. Un equilibrio che sarà il vero banco di prova della proposta legislativa nei prossimi mesi di negoziato a Bruxelles, dove le pressioni dei diversi portatori di interesse — operatori dominanti, nuovi entranti, associazioni dei consumatori, governi nazionali — si confronteranno su ogni singolo articolo del testo.

I dati come nuovo carbone: la sfida politica dietro il Digital Networks Act

L'incontro promosso da Zingaretti a Bruxelles ha reso evidente una cosa: il Digital Networks Act non è soltanto una questione tecnico-regolatoria riservata agli specialisti del settore. È un passaggio politico di prima grandezza che riguarda il posizionamento dell'Europa nell'economia globale dei prossimi decenni. Il parallelo con il carbone e i Trattati di Roma, per quanto retorico, coglie un punto reale. Negli anni Cinquanta la scelta di mettere in comune le risorse energetiche e siderurgiche fu il presupposto materiale dell'integrazione europea. Oggi, in un'economia in cui il valore si genera attraverso i dati, le reti e l'intelligenza artificiale, l'assenza di infrastrutture digitali europee competitive equivale a una forma di dipendenza strutturale. I numeri parlano da soli: secondo il Draghi Report sulla competitività europea, le aziende tecnologiche statunitensi e cinesi dominano il mercato globale del cloud computing, dei semiconduttori e delle piattaforme digitali, mentre l'Europa non esprime nemmeno un operatore tra i primi dieci a livello mondiale in questi settori. Il Digital Networks Act si inserisce in questo contesto come un tentativo di invertire la rotta, almeno sul fronte delle infrastrutture di rete. Ma le sfide sono enormi. La frammentazione del mercato europeo delle telecomunicazioni resta il problema di fondo: l'Europa conta ancora decine di operatori nazionali che competono su mercati relativamente piccoli, mentre negli Stati Uniti tre grandi operatori servono un mercato di oltre 330 milioni di persone. Questa frammentazione limita le economie di scala e la capacità di investimento. Il percorso legislativo del Digital Networks Act si annuncia lungo e complesso. La Commissione europea ha presentato le linee guida della proposta, ma il testo dovrà passare attraverso il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio, con emendamenti e negoziati che potrebbero modificarne significativamente la portata. Quello che è emerso dall'incontro di Bruxelles è un consenso di massima sulla direzione — più investimenti, più integrazione, regole più semplici — ma anche divergenze significative su come arrivarci. Tra chi chiede più consolidamento e chi difende la concorrenza, tra chi vuole regole uniformi e chi teme di perdere le specificità nazionali, il negoziato si preannuncia come uno dei più rilevanti della legislatura europea in corso. La posta in gioco, come ha sintetizzato Zingaretti, riguarda in ultima analisi "la qualità della democrazia" in un mondo in cui chi controlla le reti e i dati detiene un potere crescente. Una consapevolezza che, almeno a Bruxelles, sembra ormai condivisa trasversalmente. Tradurla in atti legislativi efficaci sarà tutt'altra storia.

Pubblicato il: 17 marzo 2026 alle ore 17:19