Il lato nascosto dell’intelligenza artificiale: sfruttamento psicologico e lavoro sottopagato
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come il simbolo massimo del progresso tecnologico: algoritmi capaci di apprendere autonomamente, macchine che “pensano”, sistemi sempre più efficienti e indipendenti dall’intervento umano.
Eppure, dietro questa narrazione futuristica, si nasconde una realtà molto più concreta e spesso scomoda, fatta di lavoro umano sottopagato, precarietà e sofferenza psicologica. Una realtà che emerge con forza osservando ciò che accade in paesi come il Kenya, oggi uno dei principali hub mondiali per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.
Il lavoro umano dietro l’IA
Per funzionare correttamente, i modelli di intelligenza artificiale hanno bisogno di enormi quantità di dati accuratamente etichettati e verificati. Questo processo, noto come data labeling, non è automatizzato: richiede l’intervento di persone reali che leggono testi, osservano immagini, analizzano video e valutano contenuti. Senza questo lavoro umano, gli algoritmi non sarebbero in grado di riconoscere linguaggi, comportamenti o immagini del mondo reale.
Nel servizio de Le Iene del 12 gennaio, l’inviato Nicola Barraco si reca a Nairobi, mostrando al pubblico italiano proprio questo lato nascosto della filiera dell’IA. Barraco entra in contatto con uomini e donne che lavorano quotidianamente per grandi aziende tecnologiche globali – spesso attraverso società intermediarie o piattaforme digitali – svolgendo compiti ripetitivi e fondamentali come etichettare dati, contestualizzare contenuti e verificare risposte generate dalle IA. Il servizio smonta così il mito di un’intelligenza artificiale completamente autonoma, rivelando come dietro ogni algoritmo ci sia una moltitudine di lavoratori invisibili.
Salari bassissimi e logiche da “task economy”
Uno degli aspetti più critici emersi sia dall’inchiesta de Le Iene sia da una precedente del Time riguarda le retribuzioni estremamente basse. Secondo l’inchiesta del _Time_, lavoratori keniani impiegati da aziende come Sama, partner di OpenAI, ricevevano compensi compresi tra 1 e 2 dollari l’ora, per turni da nove ore al giorno. In alcuni casi, gli stipendi mensili si aggiravano intorno ai 170 dollari, una cifra minima se rapportata al valore economico dei dati prodotti.
Le indagini evidenziano come queste retribuzioni siano il risultato delle dinamiche della gig economy digitale, in cui il lavoro viene pagato a micro-compiti (task) e non in base all’importanza strategica del risultato finale. Altri studi citati da testate come Wired Italia e Internazionale parlano di pagamenti che possono arrivare a circa 0,83 dollari per compito, con una media di 12 compiti al giorno, per un guadagno giornaliero che spesso non supera i 9 dollari. Si tratta di micropagamenti che rendono difficile raggiungere una stabilità economica, soprattutto in assenza di contratti regolari o benefit.
Condizioni di lavoro e impatto psicologico
Oltre ai salari bassi, le condizioni di lavoro risultano spesso precarie. I lavoratori intervistati raccontano di giornate intere trascorse davanti a uno schermo, impegnati in attività ripetitive e alienanti, con obiettivi di produttività molto rigidi. Chi non riesce a mantenere gli standard richiesti rischia penalizzazioni o l’esclusione dalla piattaforma.
Ancora più grave è l’impatto sulla salute mentale, soprattutto per chi si occupa di moderazione dei contenuti. L’inchiesta del Time riporta che molti lavoratori keniani sono stati esposti quotidianamente a immagini e testi violenti, sessuali o estremamente disturbanti, sviluppando sintomi riconducibili a stress post-traumatico, ansia e depressione. La sociologa Angela Chukunzira, della fondazione Mozilla, ha denunciato come l’esposizione prolungata a questo tipo di materiale possa portare a una progressiva desensibilizzazione e a una perdita di benessere psicologico, senza che siano previsti adeguati supporti o assistenza.
Un ex lavoratore racconta di aver lavorato per anni su contenuti disturbanti:
“Nei video c’è di tutto: suicidi, torture, persone bruciate vive, pedopornografia… La gente normalmente vede solo ciò che è bello, come persone che ballano. Ma non sa che ci sono persone come me che filtrano i contenuti peggiori, a costo della propria salute mentale… Alcuni video ti perseguitano per tutta la vita”
Il colonialismo digitale
Questa situazione è stata definita da diversi studiosi come una nuova forma di colonialismo digitale. Le grandi aziende tecnologiche dei paesi più ricchi esternalizzano le attività più faticose e meno visibili nei paesi in via di sviluppo, approfittando di manodopera a basso costo e normative meno stringenti. In Kenya, India e altri paesi con un basso costo della vita, migliaia di giovani lavorano come “manovali digitali”, contribuendo allo sviluppo di tecnologie che generano profitti enormi altrove, senza riceverne un ritorno equo.
Gli ultimi reportage insistono proprio su questo squilibrio: mentre l’IA viene celebrata come un motore di crescita e innovazione, i benefici economici si concentrano nelle mani di chi possiede infrastrutture e capitali, lasciando ai lavoratori digitali solo una minima parte del valore prodotto.
Responsabilità e prospettive future
Di fronte alle crescenti denunce, alcune aziende hanno promesso miglioramenti nelle condizioni di lavoro e nei salari. Tuttavia, come evidenziato dall’inchiesta del _Time_, molte di queste promesse restano sulla carta. Le istituzioni locali e internazionali hanno iniziato a monitorare il fenomeno, ma gli interventi risultano ancora insufficienti a garantire tutele reali.
Riflettere sul futuro dell’intelligenza artificiale significa quindi interrogarsi non solo sull’efficienza tecnologica, ma anche sui costi sociali, etici ed economici del suo sviluppo. Un’innovazione davvero sostenibile non può basarsi sullo sfruttamento di lavoratori invisibili. È necessario garantire salari dignitosi, contratti trasparenti e supporto psicologico a chi contribuisce, con il proprio lavoro umano, a “insegnare” alle macchine.
Solo riconoscendo il valore di queste persone e rendendo visibile il loro ruolo sarà possibile costruire un futuro in cui l’intelligenza artificiale rappresenti un progresso non solo tecnologico, ma anche umano e sociale.