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L’intelligenza artificiale doveva liberarci dal lavoro: quando la promessa si trasforma in un nuovo carico di stress

Uno studio rivela che l’adozione volontaria dell’AI generativa intensifica le attività lavorative, aumentando carico cognitivo, stress e rischio burnout nei dipendenti

L’intelligenza artificiale doveva liberarci dal lavoro: quando la promessa si trasforma in un nuovo carico di stress

Indice

* Introduzione: la promessa dell’AI generativa nel mondo del lavoro * L’evoluzione dell’AI e la rivoluzione mancata * L’esperienza reale nelle aziende: i risultati dello studio * Come le attività sono diventate più accessibili e... più numerose * Micro-task e il “paradosso della pausa” * Multitasking e AI come partner: una collaborazione rischiosa * Lo stress lavorativo e il rischio burnout legato all’adozione dell’AI * Analisi delle cause: perché l’AI ha portato più carico e non meno lavoro * Prospettive future: cosa serve per non ricadere negli stessi errori * Sintesi finale: come affrontare il lavoro che cresce (anche grazie all’AI)

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Introduzione: la promessa dell’AI generativa nel mondo del lavoro

L’impatto dell’AI sul lavoro è stato, e continua a essere, uno dei temi centrali nel dibattito pubblico e accademico degli ultimi anni. L’intelligenza artificiale generativa doveva rappresentare una svolta epocale, capace – secondo le previsioni di esperti e futurologi – di ridurre sensibilmente il carico lavorativo umano e consentirci di dedicare più tempo alla creatività, al benessere personale e a nuovi compiti ad alto valore aggiunto. Per molti, l’adozione dell’AI generativa avrebbe dovuto costituire la chiave per un futuro nel quale la produttività aumentava senza sacrificare l’equilibrio tra lavoro e vita privata.

Eppure, le evidenze empiriche più recenti sembrano restituire un quadro ben diverso e, in parte, sorprendente.

L’evoluzione dell’AI e la rivoluzione mancata

Negli ultimi anni, la rapida diffusione dell’AI generativa – sistemi come ChatGPT, Bard, Copilot e molte altre soluzioni simili – ha rivoluzionato numerosi settori: dal supporto clienti al marketing, dalla scrittura di codice alla produzione di contenuti, fino all’automazione di processi aziendali complessi. Le promesse dei vendor di soluzioni AI hanno spinto molte aziende a integrare questi strumenti nei flussi di lavoro quotidiani, ipotizzando che una loro massiccia adozione avrebbe ridotto il carico di lavoro, semplificato le attività e – non ultimo – migliorato la qualità della vita dei dipendenti.

Tuttavia, secondo un recente studio durato otto mesi, l’integrazione volontaria dell’AI generativa in azienda non solo non ha prodotto questi effetti desiderati, ma ha addirittura intensificato il carico complessivo di lavoro sugli impiegati, generando stress aggiuntivo e alimentando il rischio di burnout.

L’esperienza reale nelle aziende: i risultati dello studio

Lo studio, durato otto mesi, si è concentrato su aziende che hanno introdotto l’AI generativa in modo volontario. Contrariamente alle aspettative, i dati hanno mostrato una tendenza netta: i dipendenti hanno iniziato a lavorare di più, e spesso in modo spontaneo.

Non si è trattato solo di un aumento quantitativo delle ore lavorate, ma di una vera e propria riorganizzazione delle modalità lavorative. I partecipanti allo studio hanno descritto come il loro approccio alle attività sia cambiato radicalmente, con una crescente presenza di micro-task – piccoli compiti eseguiti spesso durante le pause o in momenti precedentemente dedicati al recupero.

Come le attività sono diventate più accessibili e... più numerose

Uno dei principali risultati emersi dall’osservazione è legato a un effetto collaterale della diffusione dell’AI. _L’AI generativa ha reso molte attività complesse più accessibili a un numero maggiore di utenti_, abbassando la soglia di ingresso per una vasta gamma di compiti tecnici o creativi. Se da un lato ciò ha aperto nuove opportunità di apprendimento e autonomia, dall’altro ha innescato un processo di moltiplicazione delle attività eseguite nella stessa unità di tempo.

Ad esempio, dipendenti che in passato avevano bisogno di giorni per realizzare una relazione o sviluppare una bozza ora possono completare la stessa attività in poche ore, grazie all’AI. Tuttavia, questo non si è tradotto in più tempo libero o in una riduzione del carico lavorativo: _i manager e i responsabili hanno iniziato a distribuire ulteriori compiti_, colmando quello che appariva come “spazio vuoto” nella giornata lavorativa.

Questa dinamica ha determinato un vero e proprio aumento del _carico cognitivo_, perché gli impiegati si sono ritrovati ad affrontare una molteplicità di task in rapida successione, senza il dovuto margine di decompressione tra uno e l’altro. Non solo la quantità di lavoro è cresciuta, ma la qualità della concentrazione necessaria si è fatta più intensa, generando nuove forme di stress lavorativo da AI.

Micro-task e il “paradosso della pausa”

Un fenomeno particolarmente interessante, emerso con forza dai dati raccolti, riguarda i cosiddetti micro-task. Con micro-task si intendono quei piccoli compiti – rispondere a una mail, correggere un testo, sintetizzare una call – che, grazie alla rapidità e all’assistenza dell’AI, vengono eseguiti durante le pause ufficiali o in brevi momenti tra un’attività e l’altra.

In apparenza, questa flessibilità dovrebbe migliorare l’organizzazione del tempo. In realtà, ciò ha prodotto un effetto paradossale: _le pause sono state colonizzate dal lavoro_, eliminando quei fondamentali momenti di disconnessione e recupero psicofisico. Anche durante la pausa caffè, molti lavoratori si ritrovano oggi a completare micro-task accompagnati dal supporto intelligente di AI come ChatGPT o Copilot, dando luogo a un ciclo di lavoro praticamente ininterrotto.

Questo effetto, denominato anche “aumento lavoro intelligenza artificiale”, ha un impatto negativo sul lungo termine, perché riduce la capacità del lavoratore di gestire lo stress e impedisce una reale separazione tra tempo lavorativo e tempo personale, condizione fondamentale per il benessere psicologico e la prevenzione del burnout dipendenti AI.

Multitasking e AI come partner: una collaborazione rischiosa

Un altro dato emerso con forza riguarda la trasformazione delle modalità operative all’interno degli uffici. _L’AI è frequentemente utilizzata come partner parallelo_, rendendo il multitasking non solo più diffuso ma anche più complesso. Anziché concentrarsi su una singola attività, molti lavoratori si trovano a gestire simultaneamente più task, affidandosi all’intelligenza artificiale per velocizzare alcune fasi del processo.

Se da un lato questa partnership sembra migliorare la produttività – permettendo una maggiore efficienza – dall’altro espone i dipendenti a un ulteriore aumento del carico cognitivo e della difficoltà di mantenere un’attenzione prolungata.

Aspetti critici del multitasking con intelligenza artificiale:

* Dispersione dell’attenzione: saltare continuamente tra diversi compiti riduce la profondità dell’analisi e la qualità del lavoro svolto. * Senso di urgenza costante: la velocità dell’AI stabilisce un nuovo standard, rendendo ogni tempo di attesa percepito come tempo sprecato. * Difficoltà di disconnessione: la presenza di strumenti sempre “on” sollecita una continua interazione, anche fuori dall’orario d’ufficio.

Questo circolo vizioso favorisce la produttività e lo stress AI, diventa sempre più difficile da rompere senza un intervento esterno o una presa di coscienza aziendale.

Lo stress lavorativo e il rischio burnout legato all’adozione dell’AI

L’aumento del multitasking e la colonizzazione delle pause hanno avuto effetti profondi sulla salute mentale dei dipendenti. Nel corso dello studio sono stati segnalati casi crescenti di affaticamento, perdita di motivazione e, nei casi più gravi, veri e propri segnali di _burnout_.

Cos’è il burnout? Il burnout è uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale causato da un eccessivo e prolungato stress lavorativo. La particolarità evidenziata dalla ricerca è che il burnout generato dalla presenza dell’AI non deriva, come nel passato, da un’inefficienza organizzativa o da una pressione esterna: _essendo l’adozione dell’AI volontaria_, il fenomeno è più subdolo e meno evidente, sviluppandosi quasi sempre in modo graduale.

Tra i principali sintomi rilevati nei dipendenti:

* Affaticamento cronico * Difficoltà di concentrazione * Maggiore irritabilità * Riduzione della creatività * Calo delle performance lavorative

Analisi delle cause: perché l’AI ha portato più carico e non meno lavoro

Per comprendere a fondo il senso di questa inversione di tendenza, è necessario guardare ai meccanismi psicologici e organizzativi che sottendono l’adozione dell’AI generativa in azienda.

1. Abbassamento delle barriere d’ingresso: L’AI permette a più persone di svolgere task complessi. Ciò porta i manager a riversare una quota maggiore di lavoro su più dipendenti, anziché ridistribuire le attività residue tra i singoli.

1. Aumento delle aspettative: La velocità e l’affidabilità delle AI generative hanno spostato verso l’alto lo standard qualitativo e quantitativo delle performance attese. Quello che prima era considerato un ottimo risultato ora è solo la norma.

1. Mancanza di regolamentazione interna: L’introduzione dell’AI spesso non è accompagnata da linee guida chiare su come e quanto utilizzarla. Questo porta a un’adozione “selvaggia”, dove ogni dipendente è libero di spingere al massimo le proprie possibilità... finendo per sovraccaricarsi.

1. Percezione errata del tempo guadagnato: Il risparmio di tempo ottenuto grazie all’AI viene spesso “riempito” con altri compiti, invece di essere destinato al recupero o allo sviluppo personale, alimentando un circolo vizioso di lavoro incessante.

Prospettive future: cosa serve per non ricadere negli stessi errori

Consapevoli di questi risultati, ora spetta alle aziende e agli enti regolatori agire con lucidità e lungimiranza, per evitare che l’AI generativa si trasformi da opportunità a trappola produttivistica. Servono policy chiare, formazione specifica e una nuova cultura aziendale capace di valorizzare sì la produttività, ma anche il benessere e la sostenibilità psicologica dei lavoratori.

Le soluzioni possibili includono:

* Definizione di linee guida sull’uso consapevole dell’AI in azienda * Limite al carico di micro-task nelle pause * Programmi di prevenzione e monitoraggio dello stress * Formazione specifica sul diritto alla disconnessione * Valorizzazione della creatività e del pensiero critico, aspetti in cui l’essere umano rimane insostituibile

Sintesi finale: come affrontare il lavoro che cresce (anche grazie all’AI)

In conclusione, l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa nel mondo del lavoro rappresenta certamente una delle innovazioni più significative degli ultimi decenni. Tuttavia, senza una reale attenzione alle dinamiche organizzative e psicologiche, rischia di produrre effetti opposti rispetto a quelli promessi: invece di liberarci dal lavoro, ci lega ancora di più a esso, alimentando stress, multitasking e micro-task che invadono ogni spazio della nostra giornata.

Spetta dunque ai poli decisionali – manager, policy maker, esperti di organizzazione e psicologi del lavoro – orientare questa trasformazione verso obiettivi sostenibili, in cui la produttività sia sempre accompagnata dal rispetto dell’umano. Solo così l’impatto dell’AI sul lavoro potrà essere, davvero, un’occasione di crescita condivisa.

Pubblicato il: 10 febbraio 2026 alle ore 15:56