A Ginevra, le proposte non si avvicinano. L'Iran offre un moratorio di 5 anni sull'arricchimento dell'uranio, gli USA ne chiedono almeno 20: un divario di quindici anni che, dopo due round di negoziati mediati dal Pakistan nel 2026, sembra strutturalmente incolmabile.
Proposte incompatibili al tavolo dei negoziati
Il piano statunitense si compone di 14 punti: sospensione dell'arricchimento per un periodo tra 12 e 20 anni, rimozione definitiva dell'uranio altamente arricchito dal territorio iraniano, garanzie stringenti sulla non proliferazione. Teheran risponde con una proposta alternativa: moratorio di 5 anni, trasferimento del materiale arricchito a un paese terzo neutrale, riapertura immediata dello Stretto di Hormuz in cambio della revoca delle sanzioni internazionali e del rilascio dei beni congelati.
Il vicepresidente J.D. Vance parla di "molti progressi", ma la distanza tra le due posizioni rimane siderale. Entrambe le delegazioni presentano proposte che l'altra non puo' accettare senza costi politici interni elevatissimi: per Teheran, cedere sul programma nucleare significa indebolire il regime davanti alla popolazione e alle fazioni interne; per Trump, firmare un'intesa non presentabile come vittoria schiacciante si tradurrebbe in una debacle politica in un momento gia' delicato per la sua presidenza.
Il Golfo diviso: diplomazia e calcolo strategico
La posizione dei paesi arabi del Golfo e' meno compatta di quanto sembri. Arabia Saudita, Qatar e Kuwait stanno spingendo attivamente per una soluzione diplomatica e nelle ultime settimane hanno bloccato la ripresa dei bombardamenti USA sull'Iran. La ragione e' prima di tutto strategica: ospitare basi militari americane nel proprio territorio rende questi paesi bersagli diretti di un'eventuale rappresaglia iraniana; una guerra aperta avrebbe conseguenze devastanti per le loro infrastrutture energetiche.
Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein guardano invece con meno riluttanza all'opzione militare. Questa frattura interna al Golfo riduce la capacita' di Washington di costruire un fronte regionale coeso. Come ha spiegato Nicola Pedde, direttore generale dell'Institute for Global Studies (IGS), i sauditi non credono piu' che gli USA possano risolvere la questione iraniana per via militare in modo credibile e definitivo, e si muovono di conseguenza privilegiando i canali diplomatici anche a scapito dell'allineamento con Washington.
Petrolio a 126 dollari: il calcolo economico della tensione
Il Brent ha toccato 126 dollari al barile in aprile 2026, rispetto ai 75-80 dollari del periodo pre-conflitto. Lo Stretto di Hormuz, via di passaggio per il 20% del traffico petrolifero mondiale, e' al centro delle trattative: la sua riapertura e' una delle condizioni principali poste dall'Iran, mentre Washington vuole garanzie a lungo termine prima di qualsiasi concessione. Uno scenario di escalation prolungata spingerebbe il Brent verso i 150 dollari al barile, con un impatto diretto sull'inflazione globale.
C'e' anche un calcolo di convenienza economica che spiega il comportamento delle monarchie del Golfo. L'Arabia Saudita ha bisogno di circa 85-90 dollari al barile per pareggiare il proprio bilancio nazionale; con il Brent sopra 126 dollari, le entrate petrolifere sono eccezionalmente alte. Una tensione regionale gestita, abbastanza contenuta da evitare rappresaglie dirette ma abbastanza persistente da tenere alto il prezzo, e' di fatto lo scenario piu' redditizio per i produttori. Sul fronte dei mercati finanziari globali, gli investitori seguono ogni sviluppo: Warren Buffett e le sue mosse strategiche nel mercato USA.
L'Europa osserva con preoccupazione: un'escalation nel Golfo colpirebbe direttamente le forniture energetiche del continente. Le relazioni transatlantiche, gia' sotto pressione per i dossier commerciali e della difesa, si troverebbero a gestire un'ulteriore crisi: Giorgetti promuove il dialogo transatlantico su dazi e difesa con gli USA.
Trump si trova ora in un vicolo: accettare un accordo che non puo' presentare come vittoria o scegliere una guerra che i suoi stessi alleati regionali sconsigliano apertamente. Ogni dichiarazione di ottimismo da parte di Vance sembra sempre piu' un tentativo di guadagnare tempo: finche' il divario tra 5 e 20 anni sull'arricchimento dell'uranio rimarra' intatto, la parola accordo restera' uno scenario possibile, non probabile.