L'Italia ha formalizzato la sua posizione a Bruxelles: la National Escape Clause che esclude le spese di difesa dai vincoli del Patto di Stabilità deve valere anche per l'energia. La Premier Giorgia Meloni ha inviato il 17 maggio 2026 una lettera alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, chiedendo un'estensione temporanea della clausola per fronteggiare la crisi dell'energia. Poche ore dopo, la Commissione ha risposto con un no chiaro: la nostra posizione non cambia.
Il precedente della difesa: 17 paesi già coperti
Dal 1° gennaio 2025 è entrata in vigore la riforma del Patto di Stabilità e Crescita. La versione aggiornata consente agli Stati membri di richiedere la National Escape Clause per le spese militari, attivando lo scudo fiscale del piano Readiness 2030: una deviazione massima di 1,5% del PIL per anno, prorogabile fino al 2028, per finanziare gli investimenti nella difesa. Diciassette paesi europei hanno già attivato questa opzione.
La posizione del governo italiano, sostenuta dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti - che aveva già sollevato la questione all'Ecofin - e dal vicepremier Matteo Salvini, è che la stessa logica debba applicarsi alla sicurezza energetica. Se la minaccia geopolitica legata al Medio Oriente giustifica uno scudo fiscale per la difesa, la crisi dei prezzi e i rischi sullo Stretto di Hormuz rendono l'energia ugualmente urgente. La lettera di Meloni lo esprime senza margini: se consideriamo giustamente la difesa una priorità strategica tale da giustificare l'attivazione della National Escape Clause, allora bisogna avere il coraggio politico per riconoscere che la sicurezza dell'energia è una priorità strategica europea.
Il nodo fiscale italiano
L'Italia affronta questa partita con margini di bilancio molto ridotti. Il debito pubblico nel 2025 si attesta al 137,8% del PIL secondo le stime Eurostat, più del doppio del limite del 60% previsto dal Patto. Il deficit 2025 è al 3,1%, sopra la soglia del 3%. Il Patto riformato impone ai paesi ad alto debito una riduzione di almeno l'1% del PIL ogni anno: per l'Italia, abbondantemente oltre la soglia del 90% di debito/PIL, si tratta di un percorso che lascia pochissimo spazio a spese straordinarie.
Ogni misura per contenere il caro-energia - dai sussidi alle famiglie agli sgravi per le imprese energivore - senza una deroga si traduce in minor spazio fiscale o in tagli alla spesa pubblica ordinaria. Meloni ha segnalato un'alternativa indiretta nel testo della lettera: in assenza della deroga sull'energia, risulta difficile motivare davanti all'opinione pubblica la partecipazione al programma SAFE sulla difesa, che eroga prestiti agli Stati membri per finanziare gli investimenti militari. Non è un ultimatum formale, ma il messaggio è preciso. Von der Leyen e la manovra diplomatica con Trump
La risposta di Bruxelles e il fronte dei paesi frugali
La Commissione Europea, per voce del portavoce Olof Gill, ha risposto con un rifiuto: la nostra posizione non cambia, no al momento per le deroghe sulle spese energetiche. La CE indica che esistono già strumenti disponibili per affrontare la crisi energetica, ma che devono restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili. La National Escape Clause non è tra queste opzioni.
Dietro il rifiuto c'è il fronte compatto dei paesi frugali: Paesi Bassi, Germania e Belgio si oppongono a qualsiasi estensione delle clausole di flessibilità. Il ministro delle Finanze olandese Eelco Heinen ha sintetizzato la posizione: non può essere che ad ogni shock la risposta sia più debito. La Commissione lascia aperta solo la possibilità di osservare l'evoluzione della situazione se la crisi sullo Stretto di Hormuz dovesse peggiorare. Meloni, Trump e i futuri accordi commerciali USA-UE
La risposta formale di Von der Leyen è attesa entro i prossimi giorni. Se Bruxelles manterrà il no, il governo italiano si troverà a decidere se attivare il programma SAFE alle condizioni attuali - finanziando solo la difesa - o rinunciare ai prestiti europei per evitare di legittimare una separazione tra spesa militare e sicurezza energetica che Roma considera politicamente incoerente.