Le nuove iscrizioni di studenti internazionali nelle università americane sono crollate del 17% nell'autunno 2025, secondo l'Institute of International Education ripreso da NAFSA. La perdita stimata per l'economia statunitense è di 1,1 miliardi di dollari e 23.000 posti di lavoro. La fuga di talenti dagli USA si somma alle restrizioni introdotte da Regno Unito e Australia: una finestra di opportunità per l'Europa che l'Italia rischia di non sfruttare.
Il riassetto globale dei talenti
Nel 2023-24 oltre un milione di studenti stranieri aveva contribuito 43,8 miliardi di dollari all'economia americana, supportando 378.000 posti di lavoro. Nel 2024-25 il contributo è sceso a 42,9 miliardi con 355.000 occupati, primo calo non pandemico in più di un decennio. Cina e India da soli pesavano il 54% degli iscritti dall'estero negli atenei USA, mentre il 75% dei laureati STEM provenienti dall'estero restava nel Paese cinque anni dopo la laurea (dati NSF). Il quadro è cambiato rapidamente: visti rallentati, restrizioni sulla Optional Practical Training, segnali politici sfavorevoli.
Anche le destinazioni anglofone alternative stanno chiudendo. Il Regno Unito ha ridotto la Graduate Route da 24 a 18 mesi e introdotto una tassa annua di 925 sterline sulle rette internazionali con il White Paper sull'immigrazione del maggio 2025. L'Australia ha posto un tetto di 270.000 nuove iscrizioni straniere dal 2025 e raddoppiato le tasse per il visto. Una parte rilevante dei 150.000 studenti che escono ogni anno dal perimetro USA dovrà cercare alternative continentali, in un momento in cui anche l'inglese britannico e quello australiano costano di più.
L'Italia raddoppia ma resta al 5,4%
Gli iscritti stranieri negli atenei italiani sono passati da 52.493 nel 2018-19 a 111.566 nel 2024-25, secondo il Rapporto ANVUR 2026 sul sistema della formazione superiore e della ricerca. Sono raddoppiati in sei anni, ma restano il 5,4% del totale di 2.050.112 iscritti. Germania viaggia all'11%, Francia al 9%, la media OCSE si aggira intorno al 7%. La distanza dai grandi Paesi UE non si è ridotta, anzi nei dottorati il divario è enorme: in Italia gli stranieri pesano il 16%, in Francia il 38%, in Germania il 23%, in Spagna il 19%.
La distribuzione interna mostra il limite strutturale. L'87% di questa platea è concentrato al Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno attrae meno del 10% delle iscrizioni dall'estero. Gli atenei non statali ospitano l'8,5% di stranieri, gli statali il 6%, le università telematiche soltanto l'1,1%. Anche il bacino di provenienza è diverso da quello che alimenta il sistema americano: Iran 12,7%, Turchia 7,7%, Cina 6,4%, seguiti da India, Tunisia e Pakistan. L'Italia ha quote marginali su Cina e India, ovvero proprio sul flusso che si sta riallocando dagli USA dopo le strette sui visti studenteschi e sulla Optional Practical Training.
Le misure ci sono, l'infrastruttura no
Gli strumenti per intercettare i talenti in uscita dagli USA esistono. La guida agli incentivi fiscali per l'attrazione di capitale umano dell'Agenzia delle Entrate riepiloga il regime per docenti e ricercatori che spostano la residenza fiscale in Italia: il reddito da lavoro concorre alla base imponibile solo per il 10%, con detassazione del 90% prorogabile fino a tredici anni. Il MUR ha messo 50 milioni di euro per attrarre i vincitori di ERC Starting e Consolidator Grants, con il 40% riservato al Mezzogiorno e priorità ai progetti che rientrano in Italia dopo periodi di ricerca all'estero.
I corsi in lingua estera o mista coprono circa il 20% dell'offerta, concentrati su lauree magistrali in area STEM ed economico-sociale. Restano i nodi a monte: residenze studentesche insufficienti rispetto agli standard tedeschi, procedure visto frammentate fra consolati, sportelli unici per l'immatricolazione internazionale ancora dispersi fra atenei. Sono i fattori che fanno la differenza per chi sceglie dove iscriversi, soprattutto quando confronta più destinazioni in parallelo.
I 150.000 studenti che cercheranno alternative agli USA nei prossimi anni non finiranno automaticamente nelle aule italiane: andranno dove troveranno alloggi, lezioni in inglese e visti rapidi. La leva fiscale del 90% e i bandi ERC restano un'arma seria, ma valgono solo se accompagnati da residenze pubbliche e procedure unitarie, non da iniziative isolate.