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Hormuz, il collo di bottiglia che spaventa Trump: perché il presidente USA chiede tempo a Xi Jinping

L'analisi dell'ambasciatore Bradanini: l'Iran può far saltare le installazioni petrolifere del Golfo e la Cina ha riserve energetiche superiori all'Occidente. Washington in difficoltà su più fronti

* Lo stretto che tiene in ostaggio l'economia globale * Trump chiede aiuto a Pechino: la mossa diplomatica * Il rinvio dell'incontro con Xi: un mese per riorganizzarsi * L'Iran e la minaccia alle installazioni petrolifere del Golfo * Le riserve energetiche cinesi: l'asso nella manica di Pechino * Un equilibrio fragile su più fronti

Lo stretto che tiene in ostaggio l'economia globale {#lo-stretto-che-tiene-in-ostaggio-leconomia-globale}

Circa un quinto del petrolio mondiale transita ogni giorno attraverso una striscia d'acqua larga appena 33 chilometri nel punto più angusto. Lo stretto di Hormuz, incastonato tra la costa iraniana e la penisola arabica, non è soltanto un passaggio marittimo: è il punto di vulnerabilità strutturale dell'intera architettura energetica occidentale. E oggi, stando a quanto emerge dalle analisi più autorevoli, è diventato il perno attorno al quale ruota un delicatissimo negoziato tra Washington e Pechino.

L'ambasciatore Alberto Bradanini, tra le voci più lucide della diplomazia italiana sui dossier asiatici, ha messo a fuoco la dinamica con una lettura che merita attenzione. La tesi è netta: Donald Trump sta chiedendo tempo alla Cina perché sa che un'escalation su Hormuz potrebbe far deragliare l'economia americana.

Trump chiede aiuto a Pechino: la mossa diplomatica {#trump-chiede-aiuto-a-pechino-la-mossa-diplomatica}

La notizia, in sé, ha qualcosa di paradossale. L'amministrazione Trump, che ha costruito la propria narrativa sul confronto strategico con la Cina, si trova ora nella posizione di dover chiedere proprio a Xi Jinping una collaborazione sul fronte più esplosivo della geopolitica energetica. Controllare lo stretto di Hormuz — o quantomeno evitare che si trasformi in un teatro di guerra aperta — richiede una convergenza di interessi che solo Pechino può garantire.

Perché la Cina? La risposta è duplice. Da un lato, Pechino mantiene con Teheran un rapporto privilegiato che gli Stati Uniti non possono replicare. Dall'altro, la Cina è il principale importatore di greggio iraniano, e dunque possiede leve negoziali che a Washington semplicemente non sono disponibili.

Non è la prima volta che Trump si trova a oscillare tra la retorica dello scontro e la necessità pragmatica di un dialogo con Xi. Lo si era già visto, su tutt'altro piano, nella vicenda dell'accordo TikTok, dove l'annuncio trionfale di un'intesa era rimasto sospeso in attesa del via libera cinese. Schema ricorrente: Trump propone, la Cina dispone.

Il rinvio dell'incontro con Xi: un mese per riorganizzarsi {#il-rinvio-dellincontro-con-xi-un-mese-per-riorganizzarsi}

Il segnale più eloquente arriva dalla decisione di rinviare di un mese l'incontro bilaterale con Xi Jinping. Una mossa che, come sottolineato da Bradanini, non va letta come un semplice aggiustamento di agenda. Trump ha bisogno di tempo. Tempo per valutare l'evoluzione della crisi nel Golfo Persico, tempo per costruire una proposta che Pechino possa accettare senza apparire subordinata, tempo per preparare l'opinione pubblica americana a un eventuale compromesso.

Il rinvio tradisce un dato politico preciso: gli Stati Uniti non hanno, al momento, una strategia chiara su Hormuz. L'apparato militare americano mantiene una presenza massiccia nella regione — la Quinta Flotta ha il suo quartier generale in Bahrain — ma la superiorità navale non basta quando il rischio è asimmetrico.

L'Iran e la minaccia alle installazioni petrolifere del Golfo {#liran-e-la-minaccia-alle-installazioni-petrolifere-del-golfo}

Ed è qui che il quadro si fa davvero inquietante. Secondo l'analisi dell'ambasciatore Bradanini, l'Iran possiede la capacità di distruggere le installazioni petrolifere dei Paesi del Golfo. Non si tratta di una minaccia teorica. L'arsenale missilistico iraniano — dai Fateh-110 ai più recenti Kheibar Shekan — è progettato esattamente per colpire obiettivi di questo tipo. Il precedente dell'attacco del 2019 agli impianti di Aramco ad Abqaiq, in Arabia Saudita, attribuito ai droni degli Houthi ma riconducibile alla filiera tecnologica iraniana, ha dimostrato quanto siano fragili le infrastrutture energetiche della regione.

Un attacco su larga scala alle raffinerie e ai terminali di esportazione di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Qatar provocherebbe uno shock petrolifero senza precedenti dal 1973. I prezzi del greggio schizzerebbero oltre i 200 dollari al barile. Per l'economia statunitense — che nonostante la rivoluzione dello shale oil resta profondamente integrata nei mercati energetici globali — sarebbe un colpo devastante. Recessione, inflazione galoppante, crollo della fiducia dei mercati.

Trump lo sa. E questo spiega la richiesta di aiuto a Pechino.

Le riserve energetiche cinesi: l'asso nella manica di Pechino {#le-riserve-energetiche-cinesi-lasso-nella-manica-di-pechino}

C'è un ulteriore elemento che altera i rapporti di forza. La Cina dispone di riserve energetiche strategiche più consistenti rispetto ai Paesi occidentali. Negli ultimi anni, Pechino ha sistematicamente riempito i propri depositi, approfittando dei periodi di prezzi bassi e diversificando le fonti di approvvigionamento con contratti a lungo termine con Russia, Asia centrale e Africa.

Questo significa, in termini brutalmente concreti, che in caso di crisi su Hormuz la Cina potrebbe reggere l'urto per un periodo significativamente più lungo degli Stati Uniti e dell'Europa. Un vantaggio strategico enorme, che Xi Jinping non ha certo intenzione di svendere.

Il calcolo di Pechino

Dal punto di vista cinese, la situazione attuale è quasi ideale. Washington bussa alla porta con un problema urgente. Pechino può permettersi di ascoltare senza fretta. Ogni concessione sul fronte iraniano avrà un prezzo — probabilmente in termini di allentamento delle restrizioni tecnologiche, di riconoscimento degli interessi cinesi nel Pacifico, o di concessioni commerciali.

Bradanini coglie con precisione questo meccanismo: non siamo di fronte a un negoziato tra pari su Hormuz, ma a una partita in cui la Cina gioca da una posizione di forza relativa, e Trump è costretto ad ammetterlo implicitamente chiedendo il rinvio del vertice.

Un equilibrio fragile su più fronti {#un-equilibrio-fragile-su-più-fronti}

La crisi di Hormuz non si sviluppa nel vuoto. L'amministrazione Trump è impegnata simultaneamente su più scacchieri. Le tensioni con l'Ucraina dopo lo scontro con Zelensky hanno già incrinato il fronte atlantico. La politica estera americana procede a strappi, tra bluff negoziali e dietrofront improvvisi, e i partner internazionali faticano a decifrare la rotta.

In questo contesto, lo stretto di Hormuz rappresenta la variabile più pericolosa. Un errore di calcolo — da parte iraniana, americana o di uno qualsiasi degli attori regionali — potrebbe innescare una spirale incontrollabile. E la Cina, per la prima volta in una crisi mediorientale di questa portata, siede al tavolo non come spettatrice ma come interlocutrice indispensabile.

È un cambio di paradigma che racconta, meglio di qualsiasi indicatore macroeconomico, la redistribuzione del potere globale in corso. Trump che chiede tempo a Xi su Hormuz non è un episodio diplomatico tra i tanti. È la fotografia di un mondo in cui le vecchie gerarchie non funzionano più, e le nuove non si sono ancora stabilizzate.

Pubblicato il: 19 marzo 2026 alle ore 11:11