* Cosa dice lo studio Almadiploma * La scuola piace, ma il futuro resta sfocato * Orientamento: utile sì, ma ancora insufficiente * Il nodo delle competenze e il mercato che cambia * Cosa manca nel sistema di orientamento italiano
Cosa dice lo studio Almadiploma {#cosa-dice-lo-studio-almadiploma}
C'è un paradosso che attraversa la scuola italiana e che un recente studio di Almadiploma mette nero su bianco: i ragazzi, nel complesso, sono soddisfatti del percorso scolastico compiuto. Lo promuovono, anzi. Ma quando si tratta di guardare avanti — scegliere un'università, un percorso professionale, una direzione — il terreno si fa scivoloso. Circa la metà di loro ammette di non avere le idee chiare su cosa fare dopo.
L'indagine, che analizza le scelte dei diplomati dopo le superiori e il peso dell'orientamento nel determinare quelle scelte, fotografa una generazione che non è sfiduciata verso la formazione ricevuta, ma che fatica a tradurre il bagaglio scolastico in un progetto di vita concreto.
Un dato su tutti sintetizza la questione: circa tre ragazzi su quattro valutano positivamente la scuola frequentata. Un risultato che, nel panorama spesso critico del dibattito sull'istruzione, non è affatto scontato.
La scuola piace, ma il futuro resta sfocato {#la-scuola-piace-ma-il-futuro-resta-sfocato}
La soddisfazione per il percorso scolastico è un segnale importante. Significa che, almeno nella percezione degli studenti, gli istituti superiori italiani riescono — nella maggior parte dei casi — a offrire un'esperienza formativa giudicata positiva. Non è poco, soprattutto in un contesto in cui la narrazione pubblica tende a enfatizzare le carenze del sistema.
Eppure, stando a quanto emerge dallo studio Almadiploma, questa soddisfazione non si trasforma automaticamente in chiarezza progettuale. Solo circa la metà dei ragazzi dichiara di avere un'idea definita su cosa farà dopo l'università, figuriamoci al termine delle superiori. Il passaggio dalla teoria alla pratica, dalla formazione alla scelta, resta il punto debole.
È un fenomeno che non riguarda soltanto l'Italia, ma che nel nostro Paese assume contorni particolari. Il tasso di NEET — giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione — resta tra i più alti d'Europa. E il collegamento tra orientamento carente e dispersione nei percorsi post-diploma è documentato da anni dalla letteratura di settore.
Orientamento: utile sì, ma ancora insufficiente {#orientamento-utile-sì-ma-ancora-insufficiente}
C'è un dato che merita attenzione: la maggioranza dei ragazzi considera utile il percorso di orientamento seguito durante le superiori. Non lo percepiscono come un adempimento burocratico, una casella da spuntare. Lo riconoscono come qualcosa di concretamente utile.
Questo dovrebbe far riflettere chi amministra il sistema scolastico. L'orientamento funziona — o almeno viene percepito come funzionante — quando c'è. Il problema è che troppo spesso resta episodico, frammentario, affidato alla buona volontà di singoli docenti o a iniziative sporadiche.
Va ricordato che il decreto ministeriale 328 del 2022 ha introdotto le Linee guida per l'orientamento, prevedendo moduli curricolari di almeno 30 ore annue nelle scuole secondarie. Una riforma sulla carta ambiziosa, che mira a rendere l'orientamento strutturale e non più accessorio. Ma l'implementazione, come spesso accade nel sistema italiano, procede a velocità disomogenee tra regioni, tra istituti, tra indirizzi di studio.
Il punto critico non è convincere i ragazzi che l'orientamento serva — quello, stando ai dati, lo capiscono da soli. È garantire che ogni studente abbia accesso a un percorso di qualità, con strumenti aggiornati e professionisti preparati.
Il nodo delle competenze e il mercato che cambia {#il-nodo-delle-competenze-e-il-mercato-che-cambia}
A complicare il quadro c'è un mercato del lavoro in trasformazione rapida, che rende ancora più difficile orientarsi per chi sta completando il proprio percorso formativo. Le professioni cambiano, ne nascono di nuove, alcune competenze diventano obsolete nel giro di pochi anni. Come sottolineato da diversi osservatori, le competenze digitali valgono più della laurea? Il mercato del lavoro si trasforma non è più una provocazione, ma una domanda concreta che molti diplomati si pongono.
In un contesto simile, l'orientamento non può limitarsi a presentare l'offerta formativa universitaria. Deve includere una riflessione sulle competenze trasversali, sulle filiere professionali emergenti, sui percorsi alternativi alla laurea — dagli ITS Academy ai percorsi di formazione professionale regionale — che in Italia stanno finalmente guadagnando visibilità.
Peraltro, le aziende stesse stanno cambiando approccio. Cresce l'attenzione al welfare aziendale come fattore chiave per la felicità dei lavoratori, un tema che i giovani in fase di scelta farebbero bene a conoscere. Sapere che il lavoro non è solo stipendio ma anche qualità della vita professionale potrebbe orientare decisioni più consapevoli.
Cosa manca nel sistema di orientamento italiano {#cosa-manca-nel-sistema-di-orientamento-italiano}
I dati Almadiploma pongono una domanda inevitabile: se i ragazzi riconoscono il valore dell'orientamento, perché metà di loro resta comunque senza una direzione chiara?
Le risposte sono molteplici. La prima è quantitativa: l'orientamento, anche quando c'è, arriva spesso tardi e dura poco. Trenta ore l'anno sono un inizio, non un traguardo. La seconda è qualitativa: presentare brochure universitarie o organizzare giornate di open day non equivale a costruire un percorso personalizzato di scoperta delle proprie attitudini.
Servirebbe un orientamento che parta prima — già dal biennio delle superiori — e che coinvolga figure professionali dedicate: orientatori, psicologi del lavoro, tutor. Il modello esiste in diversi Paesi europei, dalla Germania alla Finlandia. In Italia, il dibattito è aperto ma le risorse restano limitate.
C'è poi un aspetto culturale che pesa. In molte famiglie italiane la scelta post-diploma si riduce ancora a un bivio: università sì o università no. Manca la cultura dei percorsi professionalizzanti, degli apprendistati di qualità, della formazione duale. L'orientamento dovrebbe servire anche a questo: allargare l'orizzonte delle possibilità, non restringerlo.
I numeri di Almadiploma, in definitiva, raccontano una generazione che non è disillusa ma è disorientata. Che chiede strumenti, non risposte preconfezionate. E che merita un sistema capace di accompagnarla — davvero — nel passaggio più delicato: quello tra il banco di scuola e il mondo che viene dopo.