Il 15,2% dei giovani italiani fra 15 e 29 anni rientra nella categoria dei Neet, secondo i dati Istat 2024: l'Italia resta seconda in Unione europea, dietro alla sola Romania, contro una media Ue ferma all'11,1%. Ma il numero che pesa davvero è un altro: nelle aree metropolitane l'88,9% di questi ragazzi ha svolto lavoretti in nero nell'ultimo mese, e il 65,3% possiede una laurea o un diploma accademico.
Il paradosso laurea-lavoro nero nelle città
La ricerca 'Lost in Transition' del Consiglio nazionale dei giovani, condotta con l'Iref su un campione di under 30, smonta il cliché del giovane fannullone. Il 74,8% degli intervistati ha lavorato in nero nei trenta giorni precedenti, ma il dato esplode all'88,9% nelle aree metropolitane e scende al 53,6% nelle aree interne. Il 50% di chi vive in città dichiara di essere economicamente indipendente.
Il livello di studio non protegge: il 65,3% di chi vive nelle aree urbane ha un titolo terziario, contro appena il 9,6% di chi abita nelle aree rurali. Tradotto: i due terzi dei giovani metropolitani classificati come inattivi dalle statistiche ufficiali sono in realtà laureati che lavorano senza contratto. Il valore stimato dell'economia sommersa italiana resta su livelli alti, e la quota legata al lavoro irregolare sfiora i 77 miliardi di euro all'anno. È in questo contesto che le competenze digitali stanno scavalcando la laurea nelle preferenze dei recruiter, ridefinendo l'idea stessa di occupabilità.
Il divario Nord-Sud raddoppia la cifra ufficiale
Il 15,2% nazionale è una media che spalma realtà incompatibili. Nel Centro-Nord la quota scende al 10,7%, in linea con la media europea; nel Mezzogiorno sale al 23,3%, più del doppio. Quattro regioni superano il 20%: Calabria 26,2%, Sicilia 25,7%, Campania 24,9%, Puglia 21,4%. Le province autonome di Trento e Bolzano restano rispettivamente al 7,3% e 8,0%, sotto il target Ue del 9% fissato per il 2030.
Anche il trend nasconde questa frattura. A livello aggregato l'Italia migliora (era al 19% nel 2022, al 16,1% nel 2023), ma il gap territoriale resta strutturale e i numeri assoluti restano alti: oltre due milioni se si allarga la fascia ai 15-34 anni. Nello stesso quadro pesa anche la sicurezza dei contratti regolari, con dati Ersaf che segnalano carenze sulla valutazione dei rischi sul lavoro in molti settori che attirano manodopera giovane.
Cosa chiedono i giovani (e cosa non accettano)
L'indagine Inapp pubblicata a giugno 2026 su 1.548 ragazzi fra 15 e 34 anni racconta che il 60,4% cerca attivamente un impiego, il 28,8% è disponibile ma non lo cerca e il 10,8% è lontano dal mercato. Quasi tre su dieci indicano la famiglia come unica fonte di reddito e oltre il 70% dispone di meno di 300 euro al mese in autonomia. Le condizioni più respinte sono lo stipendio sotto i 600 euro netti per un tempo pieno, l'assenza di contratto regolare, i turni notturni e la reperibilità continua.
Per il sistema produttivo la sfida è tradurre questa domanda di tutele in occupazione regolare prima che i percorsi si cronicizzino: nel campione Inapp il 32,8% è inattivo da oltre un anno. Servono figure di accompagnamento mirate, come gli assistenti di direzione che stanno acquistando peso nei processi di selezione, capaci di intercettare profili istruiti che oggi le statistiche danno per spenti. I dati Istat sui livelli di istruzione e ritorni occupazionali 2024 confermano che il vantaggio occupazionale della laurea resta alto, ma resta sotto la media Ue di 3,1 punti.
Senza politiche di emersione e orientamento mirate ai laureati delle metropoli, il calo del tasso aggregato continuerà a coesistere con un sommerso giovanile che vale decine di miliardi e blocca consumi, pensioni e progetti familiari.