* L'inchiesta della Procura di Milano * Compensi da fame: i numeri di un sistema insostenibile * Il fantasma del caporalato digitale * Tre quarti dei rider sotto la soglia di povertà * Un nodo strutturale che l'Italia non ha ancora sciolto
L'inchiesta della Procura di Milano {#linchiesta-della-procura-di-milano}
Due euro e cinquanta centesimi. È quanto vale, stando a quanto emerge dall'ultima indagine della Procura di Milano, una consegna effettuata da un rider del circuito Glovo nelle strade della città. Un dato che, da solo, basterebbe a riaprire un dibattito mai veramente chiuso sulle condizioni di lavoro nel settore del food delivery in Italia.
I magistrati milanesi hanno disposto il controllo giudiziario su Foodinho srl, la società che gestisce operativamente la flotta di fattorini per conto della piattaforma spagnola. Non si tratta di un provvedimento ordinario: il controllo giudiziario, previsto dal codice antimafia, viene applicato quando emergono elementi tali da giustificare una sorveglianza diretta sull'attività d'impresa, pur senza arrivare al sequestro. In questo caso, le ipotesi investigative ruotano attorno a caporalato e sfruttamento del lavoro, fattispecie che il legislatore italiano ha progressivamente inasprito con la legge 199 del 2016.
La vicenda non è isolata. Già nel 2021 la stessa Procura aveva inflitto una maximulta da 733 milioni di euro alle principali piattaforme di delivery per irregolarità nella gestione dei rider. Eppure, a distanza di anni, il copione sembra ripetersi con inquietante regolarità.
Compensi da fame: i numeri di un sistema insostenibile {#compensi-da-fame-i-numeri-di-un-sistema-insostenibile}
I fatti emersi dall'inchiesta restituiscono un quadro crudo. Un lavoratore sentito dagli inquirenti ha dichiarato di effettuare almeno 15 consegne al giorno, con un compenso che si aggira intorno ai 2,50 euro per singola corsa. Facendo un rapido calcolo, si arriva a circa 37-38 euro lordi per una giornata di lavoro che può durare anche otto o dieci ore, tra attese ai ristoranti, spostamenti e condizioni meteorologiche spesso proibitive.
Non ci sono ferie pagate, né malattia, né contributi versati in modo strutturato. Il rider è formalmente un lavoratore autonomo, un freelance che sceglie liberamente quando e quanto lavorare. La realtà, come più volte rilevato dalla giurisprudenza italiana e dalla stessa Corte di Cassazione, racconta una storia diversa: algoritmi che penalizzano chi rifiuta le consegne, sistemi di ranking che premiano la disponibilità costante, una subordinazione di fatto mascherata da flessibilità.
In un mercato del lavoro che si trasforma rapidamente, dove le competenze digitali valgono più della laurea e nuove professionalità emergono con forza, i rider restano intrappolati in una zona grigia dove la digitalizzazione non è sinonimo di progresso, ma di precarietà estrema.
Il fantasma del caporalato digitale {#il-fantasma-del-caporalato-digitale}
L'ipotesi di caporalato applicata al mondo delle piattaforme digitali non è una novità assoluta nel panorama giudiziario italiano, ma ogni volta che riemerge costringe a fare i conti con una contraddizione profonda. Il caporalato evoca immagini di campagne e braccianti, di furgoni stipati all'alba nei parcheggi del Sud. Eppure il meccanismo, nella sua essenza, è lo stesso: un intermediario che recluta manodopera, la mette a disposizione di un committente e ne comprime i compensi ben al di sotto di qualsiasi soglia di dignità.
Nel caso specifico, gli investigatori stanno verificando se il sistema di gestione dei rider di Foodinho configurasse una catena di intermediazione opaca, con figure che reclutavano lavoratori, spesso stranieri e in condizioni di vulnerabilità, cedendo loro account già attivi in cambio di una percentuale sui guadagni. Una pratica documentata da anni nelle cronache giudiziarie e nei report sindacali, che trasforma lo smartphone in uno strumento di controllo non meno pervasivo del vecchio camioncino del caporale.
La questione della sicurezza sul lavoro, peraltro, si intreccia strettamente con questi temi. Come evidenziato dai dati allarmanti sulla valutazione dei rischi negli ambienti lavorativi, i rider operano quotidianamente esposti a rischi significativi, dal traffico urbano alle condizioni climatiche avverse, senza le tutele previste per i lavoratori dipendenti.
Tre quarti dei rider sotto la soglia di povertà {#tre-quarti-dei-rider-sotto-la-soglia-di-povertà}
Il dato forse più allarmante tra quelli che emergono dal quadro complessivo riguarda i redditi. Secondo le rilevazioni disponibili, il 75% dei rider in Italia percepisce un reddito inferiore alla soglia di povertà. Tre lavoratori su quattro. Non si parla di un'attività secondaria svolta da studenti nel tempo libero, come a lungo è stata raccontata dal marketing delle piattaforme, ma di un'occupazione primaria per migliaia di persone che non riescono a raggiungere un livello di sussistenza dignitoso.
La soglia di povertà assoluta, secondo i parametri Istat, varia in base alla composizione familiare e all'area geografica, ma per un singolo adulto residente in un'area metropolitana del Nord si attesta intorno ai 900-950 euro mensili. Guadagnare meno di questa cifra lavorando ogni giorno significa, concretamente, non riuscire a pagare l'affitto, rinunciare alle cure mediche, dipendere da reti informali di solidarietà.
Questo dato colloca i rider tra le categorie professionali più esposte al fenomeno dei _working poor_, i lavoratori poveri, una contraddizione in termini che però descrive una fetta crescente del mercato del lavoro italiano e europeo.
Un nodo strutturale che l'Italia non ha ancora sciolto {#un-nodo-strutturale-che-litalia-non-ha-ancora-sciolto}
L'inchiesta milanese su Glovo e Foodinho non è un caso isolato, ma l'ennesimo capitolo di una storia che la politica e il legislatore italiano faticano ad affrontare in modo organico. Il decreto legislativo 81 del 2015, il cosiddetto _Jobs Act_, ha introdotto la categoria dei lavoratori _etero-organizzati_, a cui nel 2019 il decreto legge 101 ha cercato di aggiungere tutele minime specifiche per i rider. Ma l'applicazione concreta di queste norme resta frammentaria.
A livello europeo, la direttiva sul lavoro tramite piattaforme digitali, approvata dal Parlamento di Strasburgo, prevede una presunzione di subordinazione per i lavoratori delle piattaforme. L'Italia dovrà recepirla, e sarà quello il banco di prova decisivo. La domanda è se il recepimento si tradurrà in un cambiamento reale o nell'ennesimo compromesso al ribasso.
Nel frattempo, nelle strade di Milano, Roma, Napoli e Torino, migliaia di rider continuano a pedalare. Con i loro zaini termici sulle spalle, i telefoni agganciati al manubrio e la consapevolezza che la prossima consegna varrà, se tutto va bene, due euro e cinquanta.