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Donne e potere in Italia: solo 7 amministratori delegati su 100 sono di sesso femminile. Ma la scuola ribalta il quadro

Nella Giornata internazionale della donna, i numeri raccontano un Paese ancora lontano dalla parità di genere nei ruoli apicali. La dirigenza scolastica resta l'eccezione più vistosa, con il 70% di presidi donne

* Le donne al vertice: un'anomalia italiana * La scuola come eccezione virtuosa * Sanità e politica: i numeri che mancano * Donne al centro: dalla denuncia all'iniziativa * Un gender gap che resiste

Le donne al vertice: un'anomalia italiana {#le-donne-al-vertice-unanomalia-italiana}

Le donne sono il 51,1% della popolazione italiana. Più della metà del Paese, dunque. Eppure, quando si guarda ai vertici delle imprese, delle istituzioni sanitarie, delle assemblee legislative, quel numero si sgretola fino a diventare residuale. Solo 7 amministratori delegati su 100 sono di sesso femminile. Un dato che, nell'8 marzo 2026, suona meno come una statistica e più come una sentenza.

Non è una novità, certo. Ma la persistenza del fenomeno merita di essere analizzata senza indulgenza, soprattutto in un anno in cui il dibattito pubblico sulla parità di genere sembra aver guadagnato nuovo slancio, almeno nelle intenzioni dichiarate.

Il punto non è celebrare la Giornata internazionale della donna con la retorica di rito. È chiedersi perché, nel terzo decennio del ventunesimo secolo, l'Italia continui a relegare le competenze femminili ai margini delle stanze in cui si decide.

La scuola come eccezione virtuosa {#la-scuola-come-eccezione-virtuosa}

C'è però un settore che sfugge a questa logica. Un settore che, se analizzato in controluce, racconta una storia diversa — e per certi versi sorprendente.

Nella scuola italiana, il 70% dei dirigenti scolastici è donna. Un dato che fa della dirigenza scolastica il comparto pubblico con la più alta concentrazione femminile ai vertici. Non un dettaglio, ma un rovesciamento netto della tendenza nazionale.

Le ragioni sono molteplici e intrecciate. Il mondo dell'istruzione è storicamente a forte prevalenza femminile, tanto nel corpo docente quanto — ormai da anni — nella fascia dirigenziale. I concorsi per dirigente scolastico, basati su prove selettive standardizzate, hanno probabilmente contribuito a ridurre quei filtri impliciti che in altri ambiti penalizzano le candidature femminili. Ma sarebbe riduttivo liquidare il fenomeno come un semplice riflesso demografico.

Le donne che guidano le scuole italiane gestiscono organizzazioni complesse: bilanci, personale, rapporti istituzionali, emergenze quotidiane. Il Lavoro Sconosciuto dei Docenti: Oltre le 36 Ore Settimanali ha già evidenziato come il carico reale di lavoro nel comparto scuola superi di gran lunga quello formalmente riconosciuto. Per le dirigenti, la dinamica è analoga, se non amplificata.

Quel 70% non è un traguardo da archiviare. È piuttosto la dimostrazione che, dove le barriere d'accesso sono più trasparenti, le donne non solo competono: prevalgono.

Sanità e politica: i numeri che mancano {#sanita-e-politica-i-numeri-che-mancano}

Fuori dal perimetro scolastico, il quadro torna a farsi cupo.

Negli ospedali italiani, appena il 23% dei primari è donna. Meno di un quarto. E questo nonostante le facoltà di Medicina siano ormai frequentate in maggioranza da studentesse, e nonostante il personale medico femminile sia in costante crescita da almeno due decenni. Il collo di bottiglia, evidentemente, non è nella formazione. È nel passaggio ai ruoli apicali, là dove entrano in gioco dinamiche di cooptazione, reti informali, cultura organizzativa.

Non va meglio in Parlamento. Le donne occupano circa 3 seggi su 10. Un dato che, se confrontato con il passato recente, segna un progresso — le legislature degli anni Novanta vedevano percentuali ben più basse — ma che resta distante dalla soglia di parità. Le leggi elettorali con meccanismi di riequilibrio di genere hanno prodotto effetti, ma evidentemente non sufficienti a modificare in profondità la composizione delle assemblee legislative.

La sottorappresentazione femminile in politica non è solo una questione di equità formale. Ha conseguenze concrete sulle priorità dell'agenda parlamentare, sulla sensibilità legislativa verso temi che riguardano più da vicino l'universo femminile, sulla capacità stessa della democrazia di rappresentare l'intera cittadinanza. Su questo fronte, Insegnare Speranza e Partecipazione Civica in Tempi di Crisi Democratica offre una riflessione che tocca corde complementari: la partecipazione politica si costruisce a partire dalla scuola, e proprio lì — dove le donne sono già protagoniste — potrebbe radicarsi un cambiamento culturale più profondo.

Donne al centro: dalla denuncia all'iniziativa {#donne-al-centro-dalla-denuncia-alliniziativa}

È in questo contesto che si inserisce l'iniziativa "Donne al centro", lanciata in occasione dell'8 marzo 2026 con l'obiettivo dichiarato di promuovere una maggiore partecipazione femminile nella vita politica e nei processi decisionali del Paese.

Stando a quanto emerge dalle prime indicazioni, il progetto punta a creare percorsi di formazione e accompagnamento per donne che intendano candidarsi a ruoli elettivi o assumere incarichi di responsabilità nelle istituzioni pubbliche. Un approccio che, se sostenuto da risorse adeguate e da una volontà politica non episodica, potrebbe contribuire a colmare almeno una parte del divario.

La storia italiana, però, insegna cautela. Di iniziative simili se ne sono viste molte. Poche hanno lasciato tracce durature. Il rischio è che l'attenzione mediatica si concentri sull'annuncio, per poi dissolversi nei mesi successivi. Serviranno indicatori misurabili, monitoraggio, trasparenza sui risultati.

Un gender gap che resiste {#un-gender-gap-che-resiste}

I numeri di questa Giornata internazionale della donna tratteggiano un Paese che vive una contraddizione evidente. Da un lato, le donne italiane raggiungono livelli di istruzione mediamente superiori a quelli maschili, si laureano prima e con voti più alti, entrano con competenze solide nel mercato del lavoro. Dall'altro, il sistema — economico, istituzionale, culturale — continua a filtrare verso l'alto una quota sproporzionatamente maschile.

La scuola, con i suoi dirigenti scolastici in larga maggioranza donne, resta un'eccezione che interroga tutti gli altri settori. Non perché il modello scolastico sia perfetto — le criticità del comparto sono note, dal problema del ricambio generazionale alla questione retributiva — ma perché dimostra che il gender gap ai vertici non è un destino naturale. È il prodotto di scelte, strutture, omissioni.

Quei 7 amministratori delegati su 100 non sono un dato tecnico. Sono il sintomo di un Paese che spreca metà del proprio talento. E la domanda, a questo punto, non è più se il problema esista. È quanto ancora ci vorrà per affrontarlo davvero.

Pubblicato il: 9 marzo 2026 alle ore 08:34