Dal 1° luglio 2026 cambia la previdenza complementare: scatta il silenzio-assenso sul TFR per i neoassunti e, entro fine anno o al massimo a inizio 2027, debutta anche l'arbitro previdenziale. Tre membri effettivi, due supplenti, sede a Roma, circa 3.000 ricorsi all'anno previsti.
Cosa farà l'arbitro previdenziale e perché nasce ora
L'organismo è previsto dall'articolo 29 del decreto-legge PNRR 19 febbraio 2026, n. 19, convertito ad aprile, che inserisce un nuovo articolo 19-sexies nel D.Lgs 252/2005. Il modello è quello già rodato dell'Arbitro Bancario Finanziario, dell'Arbitro per le Controversie Finanziarie e dell'Arbitro Assicurativo: una via stragiudiziale rapida per liti di media e alta complessità.
La competenza è ampia: fondi pensione complementari, casse di previdenza dei professionisti, fondi sanitari e società di mutuo soccorso entrati di recente nel perimetro Covip. Il presidente Mario Pepe stima un volume vicino ai 3.000 ricorsi all'anno, paragonabile a quello dell'Arbitro Bancario Finanziario nei primi anni di attività. L'obiettivo dichiarato è alleggerire i tribunali ordinari prima che il contenzioso diventi un problema strutturale, e dare agli iscritti uno strumento gratuito e rapido per far valere le proprie ragioni senza passare dal giudice.
Il sistema cresce, ma i divari restano
I numeri del 2025 raccontano una previdenza complementare in espansione. Le nuove adesioni sono state 757.000, il massimo da dieci anni. Gli iscritti totali hanno raggiunto i 10,5 milioni, in crescita del 4,8% rispetto al 2024. Le risorse gestite arrivano a 262 miliardi di euro, pari all'11,6% del Pil, secondo i dati statistici Covip a dicembre 2025. I contributi versati nel 2025 sono saliti a 22,4 miliardi di euro, con un balzo dell'8,7% sull'anno precedente.
Sotto la superficie però restano fratture profonde. Le donne sono solo il 38,8% degli iscritti e versano in media il 16% in meno degli uomini: un divario contributivo che si traduce in un assegno integrativo più basso al momento della pensione. Gli under 35 valgono il 20,8% del totale, in crescita rispetto al 17,5% del 2020 ma ancora lontani dal peso dei lavoratori più anziani. Solo il 39,9% della forza lavoro ha un fondo integrativo: sei lavoratori su dieci restano esposti al solo assegno pubblico, in un quadro già fragile per le ragioni che abbiamo ricostruito parlando di riforma pensioni 2025 e incertezze sui requisiti.
Sono squilibri strutturali che un organismo stragiudiziale, per definizione, non corregge: l'arbitro interviene quando il danno c'è già. Sul perimetro più esposto, quello delle casse di previdenza dei professionisti, oggi al centro della corsa Inarcassa, i ricorsi attesi misureranno proprio la qualità del rapporto fiduciario tra iscritti e gestori.
Cosa cambia per chi viene assunto dal 1° luglio
La novità più tangibile riguarda i neoassunti. Dal 1° luglio 2026 chi inizia un nuovo rapporto di lavoro avrà 60 giorni (non più sei mesi) per decidere dove destinare il TFR. Se non comunica nulla, il silenzio vale come adesione automatica al fondo pensione previsto dagli accordi collettivi di categoria, anche territoriali o aziendali.
La scelta non è simmetrica. Chi tiene il TFR in azienda può cambiare idea in qualsiasi momento e iscriversi più tardi a un fondo integrativo. Chi lascia confluire il TFR nel fondo per inerzia, invece, non potrà più riportarlo in busta paga: l'adesione tacita diventa irreversibile. Per i giovani, già metà dei nuovi iscritti 2025, la finestra di 60 giorni decide se costruire una pensione integrativa o restarne fuori per anni, come si vede confrontando gli aumenti pensione 2025 con il 2024.
L'arbitro previdenziale arriverà a regime con un sistema che, dal lato della copertura, ha appena ricevuto la spinta più forte degli ultimi dieci anni. Dal lato delle tutele individuali, però, una giustizia stragiudiziale serve poco a chi a un fondo pensione non si è mai iscritto.