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Plastica e petrolio: l'Italia ostaggio del greggio cerca nella bioplastica una via d'uscita che ancora non c'è

L'Italia, sesto importatore mondiale di plastica, subisce le oscillazioni del prezzo del petrolio. La bioplastica bio-based potrebbe essere l'alternativa, ma il settore ha perso il 40% del fatturato in due anni.

Sommario

* Lo Stretto di Hormuz e il prezzo instabile del greggio * Un Paese che vive di plastica importata * La promessa della plastica bio-based * Perché la bioplastica italiana è in crisi * Cosa serve per sbloccare la filiera

Mentre l'attenzione pubblica resta incollata al prezzo della benzina, c'è un'altra faccia del petrolio che attraversa le nostre vite quotidiane senza fare rumore. È nelle bottiglie d'acqua, nei flaconi dei detersivi, negli imballaggi che avvolgono quasi tutto ciò che compriamo. L'Italia consuma e importa volumi enormi di plastica derivata dal greggio, e ogni scossone geopolitico si traduce in rincari a cascata che arrivano fino al carrello della spesa. La crisi nello Stretto di Hormuz, le tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti, i prezzi del Brent che oscillano come un sismografo impazzito: tutto questo pesa su un Paese che trasforma più plastica di quasi chiunque altro in Europa. La plastica bio-based, prodotta da biomasse vegetali anziché da idrocarburi, sembrerebbe la risposta logica. Eppure la filiera italiana, dopo anni di crescita promettente, sta attraversando una fase di marcata sofferenza. Capire perché significa fare i conti con la concorrenza sleale dalla Cina, le falle normative europee e un mercato che fatica a premiare l'innovazione.

Lo Stretto di Hormuz e il prezzo instabile del greggio

Da quel corridoio d'acqua largo appena 54 chilometri transita un quinto del petrolio mondiale. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia più sensibile del pianeta, e nelle ultime settimane lo ha dimostrato ancora una volta. Il cessate il fuoco di venti giorni annunciato nella notte dell'8 aprile, voluto da Donald Trump come precondizione per la riapertura del passaggio, è durato poche ore. I raid israeliani su Beirut hanno innescato la rappresaglia iraniana: nuovo blocco, pedaggio unilaterale, centinaia di petroliere ferme su entrambi i lati. Trump ha risposto minacciando l'intervento della Marina statunitense per distruggere le mine piazzate dagli iraniani. Il Brent, benchmark europeo, era crollato del 15% fino a 92 dollari al barile all'annuncio dell'accordo, per poi rimbalzare sopra i 96 dollari non appena la tregua si è sgretolata. Il Wti americano ha sfiorato quota 100. Numeri ben superiori ai circa 70 dollari pre-conflitto. L'Iran ha preso di mira le infrastrutture petrolifere nella regione del Golfo, e secondo gli analisti potrebbero servire mesi per riavviare la produzione. Anche se la crisi diplomatica si risolvesse domani, lo smaltimento della coda di navi richiederebbe almeno un mese. L'instabilità, insomma, è strutturale.

Un Paese che vive di plastica importata

I numeri raccolti dal think tank Ecco fotografano una dipendenza che ha pochi eguali nel continente. L'Europa nel 2024 ha prodotto 54,6 milioni di tonnellate di plastica su un totale globale di 430,9 milioni, dominato dalla Cina e dal resto dell'Asia. L'Italia non è tra i grandi produttori, ma è una formidabile trasformatrice: il 14% della plastica lavorata in Europa passa dalle imprese italiane, seconde solo a quelle tedesche. Con un controvalore di oltre 22 miliardi di euro, il nostro Paese è il sesto importatore mondiale di plastica e prodotti in plastica, destinati in larghissima parte al packaging. Il risultato si misura anche nei rifiuti: quasi 39 kg pro capite annui di imballaggi in plastica, contro una media europea di 35 kg. Importiamo polimeri grezzi e prodotti finiti, e su entrambi i fronti le oscillazioni dei prezzi colpiscono duro. All'indomani del conflitto in Medio Oriente, Mineracqua ha denunciato che i fornitori asiatici avevano incrementato del 30% i prezzi delle materie prime per bottiglie e tappi, anche sui contratti già firmati. Il vicepresidente Ettore Fortuna è stato netto: "Siamo un settore a basso margine, saremo costretti a rovesciare gli incrementi sui consumatori". Un problema che, come accade per l'attrazione di competenze specializzate nel nostro Paese, evidenzia fragilità sistemiche della filiera produttiva italiana, come emerge anche dal Rapporto OCSE: Italia al Ritardo nell'Attrazione di Talenti.

La promessa della plastica bio-based

Le plastiche bio-based, prodotte a partire da biomasse come il mais, non dipendono dal petrolio. Alcune sono biodegradabili e compostabili, altre vanno smaltite insieme alla plastica tradizionale. L'Italia ci ha creduto con convinzione nell'ultimo decennio, costruendo una filiera considerata all'avanguardia in Europa, anche dopo il clamoroso fallimento di Bio-on, l'ex unicorno bolognese crollato nel 2019 tra accuse di frode e un attacco speculativo. Il settore ha continuato a crescere: il fatturato delle bioplastiche è passato dai 400 milioni di euro del 2014 al picco di 1,17 miliardi nel 2022. Poi qualcosa si è rotto. Nel 2024 il giro d'affari si è fermato a 704 milioni di euro, un crollo del 40% in appena due anni. Il comparto dà ancora lavoro a quasi 3mila persone, e il suo peso sull'occupazione del settore plastica (1,9%) resta leggermente superiore a quello sul fatturato (1,4%). Ma la traiettoria si è invertita in modo preoccupante. In un contesto in cui il greggio è sempre più caro e instabile, la bioplastica dovrebbe guadagnare terreno. Sta accadendo il contrario, e le ragioni hanno poco a che fare con la tecnologia.

Perché la bioplastica italiana è in crisi

Due fattori principali spiegano la frenata. Il primo è la concorrenza cinese. Secondo uno studio realizzato da TEHA Group con Federchimica-PlasticsEurope Italia, prodotti provenienti dalla Cina invadono il mercato europeo a prezzi stracciati, spesso risultando "non conformi alle normative Ue" e favoriti dalla carenza di controlli su tracciabilità e composizione dei materiali. Un dumping di fatto che penalizza i produttori italiani, costretti a rispettare standard più severi. Il secondo fattore è normativo. La direttiva europea contro la plastica monouso (_Single Use Plastics_, nota come direttiva Sup) prevede, anche su pressione italiana, una deroga per le plastiche compostabili certificate. Ma ha contemporaneamente aperto la strada alle stoviglie di plastica tradizionale etichettate come "riutilizzabili", senza definire criteri stringenti. Il risultato, denuncia Legambiente, è che queste stoviglie costano meno di quelle in bioplastica e finiscono comunque nel cestino dopo un solo utilizzo. Una scappatoia che ha eroso quote di mercato alla bioplastica proprio nel segmento dove avrebbe dovuto eccellere. Il presidente di Assobioplastiche Luca Bianconi ha sottolineato a Wired Italia che una norma contenuta nel decreto Pnrr interverrà su questa lacuna, definendo finalmente i criteri per le stoviglie riutilizzabili.

Cosa serve per sbloccare la filiera

La partita si gioca su più tavoli. Sul fronte europeo, l'Italia ha inviato alla Commissione una proposta di regola tecnica legata al regolamento imballaggi (Ppwr), che definisce gli obblighi di biodegradabilità e compostabilità per alcuni imballaggi in plastica monouso. Se approvata, potrebbe restituire competitività ai produttori italiani di bioplastica, creando un quadro normativo finalmente coerente. Sul fronte dei controlli, serve un'azione più decisa contro i prodotti importati non conformi: senza verifiche sistematiche sulla composizione dei materiali, il mercato unico resta permeabile alla concorrenza sleale. Il nodo di fondo, però, resta la dipendenza dal petrolio di un Paese che trasforma e consuma plastica in quantità enormi. Le bioplastiche stanno diventando più competitive, ma il processo è lento e non lineare. Nel frattempo, ogni crisi geopolitica, dallo Stretto di Hormuz alle infrastrutture del Golfo, si traduce in costi maggiori per le imprese e per i consumatori italiani. Il settore bio-based ha dimostrato di saper crescere quando le condizioni lo permettono: dai 400 milioni ai 1,17 miliardi in otto anni. Ora serve che la politica industriale, italiana ed europea, smetta di remare contro. Le oscillazioni del greggio non si fermeranno, ma la vulnerabilità di un intero sistema produttivo si può ridurre, a patto di investire con coerenza nell'alternativa che già esiste.

Pubblicato il: 17 aprile 2026 alle ore 08:20