{/* Extracted from Header.astro - Use appropriate classes/styles if animations needed */}

Meloni tra Trump, Ucraina e referendum: le crepe nella solidità del governo

Dal rapporto con Zelensky alla scommessa sulla giustizia, la presidente del Consiglio affronta la fase più delicata della legislatura. Ma l'alternativa di Schlein resta ancora sulla carta.

* Il logoramento della linea ucraina * Il fattore Trump: un'alleanza che non paga * Referendum giustizia: la trappola del voto popolare * Il campo largo esiste davvero? * Una solidità che non è più scontata

C'è stato un momento — durato quasi tre anni — in cui Giorgia Meloni sembrava aver trovato la formula magica della politica estera italiana: atlantismo senza tentennamenti, sostegno pieno a Kyiv, dialogo privilegiato con Washington. Una postura che le aveva garantito credibilità internazionale e, sul fronte interno, una certa impermeabilità alle critiche. Quel momento, stando a quanto emerge dal quadro politico attuale, si è esaurito.

La presidente del Consiglio affronta oggi una convergenza di fragilità che, prese singolarmente, sarebbero gestibili. Sommate, disegnano un profilo di governo meno granitico di quanto Palazzo Chigi voglia far credere.

Il logoramento della linea ucraina {#il-logoramento-della-linea-ucraina}

Quando la Russia invase l'Ucraina nel febbraio 2022, Meloni — allora leader dell'opposizione — scelse senza ambiguità il campo occidentale. Una volta arrivata a Palazzo Chigi, mantenne la rotta: invio di armi, sanzioni, allineamento con Bruxelles e Washington. Fu una scelta coraggiosa, anche perché implicava tenere a bada le pulsioni filorusse che attraversavano pezzi della sua stessa maggioranza.

Ma il sostegno italiano all'Ucraina si è progressivamente sfilacciato. Non con una rottura clamorosa, piuttosto con un lento scivolamento fatto di rinvii, dichiarazioni sempre più sfumate, pacchetti di aiuti meno consistenti. La stanchezza dell'opinione pubblica ha fatto il resto.

Poi è arrivata la stoccata di Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino, in un intervento che ha fatto rumore nelle cancellerie europee, ha criticato apertamente l'immobilismo del Vecchio Continente — e il riferimento all'Italia non era difficile da cogliere. Per Meloni, abituata a presentarsi come interlocutrice affidabile di Kyiv, è stato un colpo. Non devastante, ma simbolicamente pesante: la narrazione della leader che "conta nel mondo" ha mostrato la prima crepa visibile.

La questione della politica estera italiana sull'Ucraina resta aperta e, con il conflitto che non accenna a risolversi, rischia di diventare un fardello crescente per il governo.

Il fattore Trump: un'alleanza che non paga {#il-fattore-trump-unalleanza-che-non-paga}

Meloni aveva scommesso molto — forse troppo — sulla costruzione di un rapporto privilegiato con Donald Trump. L'investimento politico era evidente: la visita a Mar-a-Lago, le telefonate ostentate, il tentativo di posizionarsi come ponte tra l'Europa e la nuova amministrazione americana.

L'operazione, però, non ha prodotto i dividendi sperati. I rapporti tra Meloni e Trump si sono rivelati asimmetrici: utili a Washington quando serviva un volto europeo presentabile, assai meno generosi verso Roma quando si trattava di concessioni concrete. Sui dazi, sulla difesa, sulle dinamiche NATO, l'Italia non ha ottenuto trattamenti di favore.

Peggio ancora: l'abbraccio con Trump ha irrigidito i rapporti con Parigi e Berlino proprio nel momento in cui l'Europa avrebbe avuto bisogno di una leadership condivisa. Chi, solo un anno fa, osservava i sondaggi favorevoli alla premier oggi deve confrontarsi con un quadro sensibilmente mutato.

Referendum giustizia: la trappola del voto popolare {#referendum-giustizia-la-trappola-del-voto-popolare}

Se la politica estera logora lentamente, il fronte interno rischia di infliggere un danno più immediato. Il referendum sulla giustizia del 2026 — cavallo di battaglia del centrodestra e in particolare della Lega — si sta trasformando in quello che a Palazzo Chigi temevano: una potenziale sconfitta politica difficile da mascherare.

I quesiti referendari, nati con l'ambizione di riformare il rapporto tra magistratura e politica, non sembrano intercettare l'entusiasmo popolare necessario a superare il quorum. E qui sta il paradosso: un risultato sotto la soglia di validità non sarebbe tecnicamente una bocciatura, ma il racconto politico lo trasformerebbe inevitabilmente in un verdetto contro il governo.

Meloni lo sa. Per questo ha mantenuto una distanza calcolata dai quesiti, lasciando a Salvini l'onere della campagna. Ma la strategia del disimpegno ha un limite: se il referendum fallisce, l'intera coalizione ne esce ammaccata. Se per miracolo passa con esiti sgraditi, il danno è ancora maggiore.

La partita referendaria, peraltro, si inserisce in un clima di crescente disaffezione civica che attraversa il Paese e che tocca anche il mondo della scuola e dell'educazione alla cittadinanza, come emerge dal dibattito su come insegnare partecipazione democratica in tempi di crisi.

Il campo largo esiste davvero? {#il-campo-largo-esiste-davvero}

Sarebbe un errore, tuttavia, leggere le difficoltà di Meloni come l'anticamera di un'alternanza. Il Partito Democratico di Elly Schlein resta alle prese con un problema strutturale che nessun sondaggio può risolvere: la costruzione di una coalizione credibile.

Il cosiddetto campo largo — formula evocativa che dovrebbe tenere insieme PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, e i centristi di turno — somiglia più a un'aspirazione che a un progetto politico definito. Le distanze programmatiche restano ampie: sulla politica estera, sulla giustizia, sul modello economico. Schlein ha il merito di aver rivitalizzato il PD dopo la stagione post-congressuale, ma trasformare un partito in ripresa in un'opposizione capace di governare è un salto che richiede tempo, alleanze solide e, soprattutto, una proposta riconoscibile.

Finora, il centrosinistra ha beneficiato più degli errori altrui che dei propri meriti. Una condizione che, nella storia politica italiana, raramente si è tradotta in vittorie durature.

Una solidità che non è più scontata {#una-solidità-che-non-è-più-scontata}

Il punto, allora, non è se Meloni cada — scenario che oggi nessun osservatore serio prenderebbe in considerazione. Il punto è che la traiettoria ascendente si è interrotta. La premier che dominava la scena con una combinazione di pragmatismo e azzardo calcolato si trova ora a gestire una fase difensiva su più fronti simultanei.

L'Ucraina non è più un asset reputazionale, ma un dossier spinoso. Trump non è il padrino politico che si sperava. Il referendum rischia di trasformarsi in un boomerang. E dentro la maggioranza, le tensioni tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia affiorano con frequenza crescente — basti pensare ai continui distinguo su fisco, autonomia differenziata e politica industriale.

La crisi del centrodestra italiano non è ancora conclamata. Ma i segnali ci sono, e ignorarli sarebbe un lusso che Palazzo Chigi non può permettersi. Meloni resta la figura dominante della politica italiana, su questo non c'è discussione. Solo che dominare non significa più controllare tutto. E la differenza, nei mesi che verranno, potrebbe pesare.

Pubblicato il: 15 marzo 2026 alle ore 10:20