La vicenda del docufilm su Giulio Regeni, il ricercatore friulano torturato e ucciso in Egitto nel 2016, è diventata in pochi giorni uno dei fronti più caldi del dibattito culturale e politico italiano. Al centro della polemica, il mancato finanziamento del documentario da parte delle commissioni ministeriali e le conseguenti dimissioni di due commissari del Ministero della Cultura. Una tempesta che ha investito anche Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera e responsabile Cultura e Innovazione di Fratelli d'Italia, costringendolo a una presa di posizione netta.
La posizione di Mollicone
Mollicone ha rotto il silenzio con dichiarazioni che puntano a smontare quella che definisce una narrazione fatta di "retroscena falsi e diffamatori". Il punto cardine della sua difesa è semplice: non era a conoscenza dell'esistenza del progetto documentaristico. "L'ho appreso solo dai giornali dopo le polemiche di Procacci", ha spiegato, riferendosi al produttore Domenico Procacci, tra i primi a sollevare pubblicamente il caso.
Ma il presidente della commissione Cultura si è spinto oltre la semplice smentita. Ha dichiarato senza ambiguità che un documentario dedicato a Giulio Regeni meritava di essere finanziato, definendolo un progetto che "ha ricordato un italiano torturato all'estero". Una posizione che lo colloca, almeno a parole, dalla parte di chi ritiene che la memoria del caso Regeni debba essere sostenuta anche attraverso il cinema.
"Sono fra quelli che pensa che dovremmo andare fino in fondo per ottenere la verità", ha aggiunto, richiamando la questione giudiziaria ancora irrisolta che vede quattro agenti dei servizi segreti egiziani sotto processo a Roma.
L'offerta di proiezione alla Camera
Il gesto più significativo è arrivato sotto forma di proposta concreta. Mollicone ha offerto la propria disponibilità per organizzare la proiezione del docufilm alla Camera dei Deputati, insieme a un confronto pubblico con i genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni. Un'iniziativa analoga, ha ricordato, si è già svolta al Senato.
Per rafforzare la credibilità dell'offerta, il deputato ha elencato una serie di precedenti: proiezioni di film e documentari ospitati in Parlamento su temi che spaziano dalla Shoah alla strage di Fiumicino, passando per il diplomatico Capucci e la critica musicale Vittoria Ottolenghi. "Non sono certo pericolosi epigoni della destra, ma all'insegna del pluralismo più aperto e più stimolante", ha precisato, cercando di disinnescare l'accusa di faziosità ideologica.
Le dimissioni dei commissari e il nodo dei contributi selettivi
A rendere esplosiva la vicenda sono state le dimissioni di due commissari del Ministero della Cultura, un fatto che ha trasformato una questione amministrativa in un caso politico di primo piano. Il meccanismo dei contributi selettivi, attraverso cui vengono finanziati i progetti cinematografici e audiovisivi, è finito sotto i riflettori con un'intensità inedita.
Mollicone ha tenuto a sottolineare un aspetto procedurale decisivo: il Parlamento non si occupa delle commissioni ministeriali. Le decisioni sui finanziamenti vengono prese da esperti indipendenti, nominati secondo un sistema introdotto dalla _legge 220 del 2016_, approvata durante il governo Renzi con Dario Franceschini al Ministero della Cultura. "È tutto nei verbali della commissione", ha insistito.
A supporto della tesi secondo cui le bocciature possono colpire chiunque, Mollicone ha citato due casi emblematici: le commissioni nominate da Franceschini respinsero il finanziamento a C'è ancora domani di Paola Cortellesi, che sarebbe poi diventato un fenomeno da oltre 36 milioni di euro al botteghino, e a _Il Nibbio_, film dedicato a Nicola Calipari, il funzionario del Sismi ucciso in Iraq nel 2005.
La riforma del cinema e il precedente Franceschini
La polemica sul docufilm Regeni si inserisce in un contesto più ampio: la riforma complessiva del settore cinematografico che il governo sta portando avanti attraverso una legge delega. Il provvedimento, attualmente in discussione, punta al riordino delle norme su cinema e audiovisivo senza bloccare il meccanismo del _tax credit_, lo strumento fiscale che negli ultimi anni ha sostenuto la produzione italiana.
Mollicone ha annunciato che presenterà un emendamento specifico per riformare i criteri dei contributi selettivi, il cuore del problema emerso con il caso Regeni. L'obiettivo dichiarato è rendere più trasparente e meno contestabile il processo decisionale.
"Politicizzare la questione non fa che avvelenare il clima sul cinema", ha avvertito il presidente della commissione Cultura, pur consapevole che la natura stessa del caso Regeni, con le sue implicazioni diplomatiche e i rapporti tra Italia ed Egitto, rende quasi impossibile separare il piano culturale da quello politico.
Un caso che resta aperto
Sul fronte legale, Mollicone non ha usato mezzi termini. Ha dichiarato di aver dato mandato ai propri legali per valutare eventuali intenti diffamatori nelle ricostruzioni giornalistiche che lo hanno chiamato in causa, alcune delle quali con il suo nome direttamente nel titolo. "Continuo a leggere ricostruzioni fantasiose", ha lamentato.
La vicenda del docufilm su Giulio Regeni condensa in sé diverse questioni irrisolte della politica culturale italiana: l'indipendenza delle commissioni di valutazione, la trasparenza nei criteri di assegnazione dei fondi pubblici, il confine tra merito artistico e sensibilità politica. Le dimissioni dei commissari hanno aperto una ferita che difficilmente si rimarginerà con le sole dichiarazioni di buona volontà. Resta da vedere se l'offerta di Mollicone di portare il documentario alla Camera si concretizzerà e, soprattutto, se la riforma annunciata riuscirà davvero a sottrarre il finanziamento al cinema dalle sabbie mobili della contesa partitica.