Il 9 marzo 1943 Einaudi mandava in libreria 152 epitaffi tradotti da Fernanda Pivano, con il titolo mascherato Antologia di S. River per aggirare la censura fascista. Ottantatré anni dopo, quei morti continuano a parlare agli studenti italiani, spesso attraverso una via inattesa: le canzoni di Fabrizio De André.
La recensione che riaccende il dibattito
Un lungo pezzo di Joshua Nicolosi pubblicato il 5 ottobre 2026 da Il Sussidiario rilegge l'Antologia di Spoon River come un "appello del Mistero" che filtra dalle crepe sotto la superficie delle cose. Edgar Lee Masters, nato a Garnett in Kansas nel 1868 e morto a Melrose Park nel 1950, aveva pubblicato la prima versione dei 213 epitaffi di Spoon River sulle colonne del Mirror nel 1915; la raccolta definitiva arrivò l'anno dopo, arricchita di 35 testi, per un totale di 243 epitaffi preceduti dal prologo La collina. Un corpus imponente, che in Italia è diventato oggetto di studio diretto solo molti anni più tardi, con un percorso di ricezione quasi romanzesco.
Dalla cella di Pivano all'album di De André
In Italia Spoon River arriva per vie carsiche. Pivano, al ginnasio-liceo Massimo D'Azeglio di Torino, aveva avuto come supplente di italiano Cesare Pavese: fu lui, alla fine degli anni Trenta, a consegnarle in portineria quattro libri americani, chiedendole di dirgli quale le fosse piaciuto di più. Da uno di quei libri nasce la traduzione del 1943, pubblicata da Einaudi in piena guerra. Per aggirare il Ministero della Cultura Popolare, l'opera uscì come Antologia di S. River, presentata come i pensieri di un improbabile San River. La traduttrice fu poi fermata dai nazisti nella sede Einaudi, dove gli SS trovarono il contratto per la traduzione di Addio alle armi di Ernest Hemingway, libro vietato per ordine di Benito Mussolini (è lo stesso clima che segna le opere letterarie sulle leggi razziali raccontate nel romanzo di Marcello Fois, arrivato al Campiello).
L'edizione integrale con tutti i 243 epitaffi vede la luce solo nel 1947. La seconda vita italiana dell'opera porta però la data del 1971: Fabrizio De André pubblica Non al denaro, non all'amore né al cielo, nove brani di cui otto ritratti tratti da altrettanti epitaffi (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore, Un medico, Un chimico, Un ottico, Il suonatore Jones), più il prologo musicale La collina. Alla scrittura dei testi collabora Giuseppe Bentivoglio, alle musiche un giovanissimo Nicola Piovani, allora quasi esordiente. Per intere generazioni di studenti italiani è questa, non la pagina scritta, la vera porta d'ingresso a Masters.
Spoon River come testo didattico interdisciplinare
Nei programmi scolastici italiani Spoon River non è un classico canonico, come confermano le polemiche sulle assenze eccellenti dalla prima prova di maturità. Resta però ampiamente usato nei percorsi di italiano, musica e inglese: 243 testi brevi, lingua accessibile, personaggi autoconclusi che si prestano al lavoro di gruppo e alla costruzione di antologie dedicate. Il percorso Masters-Pivano-De André permette un esercizio comparativo su traduzione, adattamento e riscrittura: confrontare l'originale di Fiddler Jones con Il suonatore Jones, o Trainor the pharmacist con Un chimico, è alla portata di una classe di triennio. Case editrici scolastiche come Loescher, con la rivista La Ricerca, hanno costruito unità didattiche dedicate, mentre Scudit propone materiali trilingue per l'italiano L2 che partono proprio dal triangolo originale-Pivano-De André. Non capita spesso che un singolo testo tenga insieme così tanti ponti: traduzione dall'inglese, poesia novecentesca, canzone d'autore, storia dell'editoria sotto il fascismo.
Il paradosso è questo: un libro che il regime fascista voleva nascondere sotto il nome di un improbabile santo è oggi uno degli strumenti con cui gli adolescenti italiani imparano cosa significhi leggere, tradurre e riscrivere un testo poetico.