Sommario
* Il verdetto dell'algoritmo * La rivolta degli esperti * Pennellate invisibili e supporti dimenticati * Precedenti controversi * Il nodo irrisolto tra tecnologia e sapere umanistico
Il verdetto dell'algoritmo
Il mondo della storia dell’arte è scosso da un verdetto digitale che mette in discussione secoli di attribuzioni certe. Due dipinti raffiguranti *San Francesco d'Assisi che riceve le stimmate*, custoditi ai Musei Reali di Torino e al Philadelphia Museum of Art, sono finiti al centro di una disputa che mette a confronto intelligenza artificiale e conoscenza storico-artistica. La società svizzera Art Recognition ha dichiarato, sulla base del proprio modello algoritmico, che nessuna delle due opere sarebbe stata realizzata da Jan van Eyck (1390-1441), il maestro fiammingo a cui vengono tradizionalmente attribuite. I numeri forniti dall'azienda appaiono netti: 86% di probabilità che il dipinto torinese non sia di Van Eyck, 91% per quello conservato a Philadelphia. La direttrice generale Carina Popovici ha anticipato al *Guardian* che i musei coinvolti «probabilmente non saranno contenti» delle conclusioni. Nessuna delle due istituzioni ha finora commentato ufficialmente. Il caso, però, ha immediatamente acceso una reazione nel mondo accademico, dove la fiducia nelle capacità diagnostiche dell'intelligenza artificiale applicata all'arte resta tutt'altro che scontata.
La rivolta degli esperti
A guidare la contestazione è Maximiliaan Martens, docente all'Università di Gand e tra i massimi specialisti mondiali dell'opera di Van Eyck. La sua posizione è radicale: non si tratta semplicemente di discutere i risultati, ma di mettere in dubbio la possibilità stessa che un algoritmo riconosca la mano del pittore fiammingo. «Anche osservando le opere di Van Eyck a livello microscopico, le pennellate sono appena visibili. È una delle caratteristiche più distintive del suo stile», ha spiegato lo studioso. Questa peculiarità tecnica, che rende la superficie pittorica quasi priva di tracce del gesto manuale, rappresenta un ostacolo formidabile per qualsiasi sistema di riconoscimento automatizzato. Martens ha inoltre ricordato che tra gli storici dell'arte non esiste un consenso unanime sull'attribuzione delle due versioni di San Francesco. La questione è antica e sfumata. Gli artisti del Rinascimento lavoravano in botteghe con numerosi collaboratori, un contesto produttivo che l'intelligenza artificiale, secondo l'esperto, non è in grado di interpretare. Nessuno degli studiosi riconosciuti nel campo è stato coinvolto nel progetto di Art Recognition.
Pennellate invisibili e supporti dimenticati
Oltre alle obiezioni di principio, Martens ha sollevato questioni tecniche specifiche che l'analisi algoritmica sembra aver trascurato. Il dipinto di Philadelphia, ad esempio, è realizzato su pergamena applicata su tavola, una tecnica che produce effetti superficiali molto diversi rispetto alla pittura a olio su fondo di gesso, più tipica della produzione di Van Eyck. Confrontare opere eseguite su supporti differenti senza tenere conto di questa variabile rischia di invalidare qualsiasi conclusione. C'è poi il problema della conservazione. Entrambe le opere hanno attraversato circa sei secoli di storia, accumulando danni, restauri e ritocchi che hanno inevitabilmente alterato la superficie originale. «Art Recognition tiene conto di tutto questo?», si è chiesto Martens. Un interrogativo che tocca il cuore del problema metodologico. Lo studioso ha anche evidenziato un limite statistico difficile da aggirare: a Van Eyck sono attribuite soltanto circa 25 opere. Un corpus troppo esiguo, secondo il docente, per costruire un dataset di addestramento affidabile. A ciò si aggiunge l'assenza di una pubblicazione scientifica sottoposta a revisione paritaria. «In mancanza di ciò, tutte queste affermazioni sono completamente inaffidabili», ha concluso.
Precedenti controversi
Non è la prima volta che Art Recognition si trova al centro di polemiche nel mondo dell'arte. Nel 2021 la società aveva sostenuto che il *Sansone e Dalila* di Rubens, conservato alla National Gallery di Londra, fosse un falso. La tesi venne respinta dalla maggior parte degli studiosi. Nils Büttner, presidente del Centrum Rubenianum di Anversa, aveva liquidato quei dubbi come «teorie del complotto». Per Martens, quel precedente avrebbe già dovuto compromettere la credibilità dell'azienda. «Temo che la nuova tempesta mediatica non faccia che peggiorare la loro reputazione», ha dichiarato. Il dibattito si inserisce in una riflessione più ampia sul rapporto tra tecnologia e discipline umanistiche. Se in ambito scientifico l'intelligenza artificiale sta producendo risultati significativi, come nel caso di Isomorphic Laboratories: L'Intelligenza Artificiale al Servizio della Scoperta di Farmaci, l'applicazione alla storia dell'arte solleva interrogativi di natura diversa. L'attribuzione di un dipinto non è un problema binario: richiede sensibilità storica, conoscenza dei materiali e comprensione del contesto culturale.
Il nodo irrisolto tra tecnologia e sapere umanistico
Il caso Van Eyck riaccende un confronto destinato a intensificarsi. Da un lato, le aziende tecnologiche promettono strumenti capaci di analizzare le opere con una precisione inaccessibile all'occhio umano. Dall'altro, gli storici dell'arte ricordano che l'attribuzione è un processo interpretativo, non un calcolo probabilistico. Martens ha indicato una via d'uscita possibile: la collaborazione. «Questi algoritmi devono essere addestrati da specialisti che hanno dedicato decenni allo studio di Van Eyck», ha affermato, suggerendo che aziende a scopo di lucro e mondo accademico lavorino insieme anziché procedere su binari paralleli. Oltre al valore culturale, lo scontro nasconde implicazioni economiche enormi. Un'attribuzione confermata o smentita dall'IA può spostare milioni di euro e influenzare le polizze assicurative dei musei internazionali. Se il verdetto dell'algoritmo dovesse diventare lo standard per i collezionisti, il ruolo del "connoisseur" tradizionale verrebbe declassato a quello di un semplice consulente. Il timore dei direttori dei musei coinvolti, da Torino a Filadelfia, è che una fiducia cieca nella tecnologia possa portare a una "pulizia" eccessiva dei cataloghi, escludendo opere che, pur con qualche incertezza, costituiscono le fondamenta della nostra identità culturale e artistica.
La questione riguarda anche il quadro normativo e strategico: la Strategia Europea per l'Intelligenza Artificiale dovrà prima o poi affrontare anche l'uso di questi strumenti nel patrimonio culturale. Il confine tra innovazione e semplificazione eccessiva resta il vero terreno di scontro. Per ora, i due San Francesco restano appesi alle pareti di Torino e Philadelphia, testimoni silenziosi di una disputa che dice molto più sulla nostra epoca che sulla loro origine.